
Pubblicato su Un popolo in cammino – giugno 1992
Se si tiene fede al “ Liber Miraculorum”, “ il libro dei miracoli”, l’anno di nascita di Antonio è il 1195, ma probabilmente esso deve essere anticipato di quattro, cinque anni.
La sua patria è Lisbona, per cui, “ Martirologio Romano” è chiamato Lutianus e nel mondo portoghese è comunemente detto “da Lisbona”.
Di nobile famiglia, nel battesimo prese il nome di Fernando. Secondo la leggenda “ Benignitas” il padre si chiamava Martino e la madre Maria, e , secondo altri, Teresa dè Trevri. Il padre sarebbe stato della famiglia Buglioni o Bulhao, discendente da Goffredo, il conquistatore di Gerusalemme ( 1099 ). Tuttavia sembra molto difficile che il cronista portoghese abbia potuto Inventare, di sua iniziativa, una genealogia così illustre, su cui gli scrittori portoghesi non hanno mai sollevate serie difficoltà.
A quindici anni, o più probabilmente, tra i diciannove ed i venti, Fernando entrò tra i Canonici regolari di S. Agostino del Monastero di S. Vincenzo presso Lisbona restandovi due anni e passando, poi, a quello di S. Croce in Coimbra, allora uno dei più rinomati centri culturali del Portogallo, dove si applicò allo studio delle Sacre Scritture e dei Padri, specialmente di S. Agostino.
A Coimbra ebbe, probabilmente nel 1219, l’ordinazione sacerdotale. Nel 1220, infervorato dal desiderio del martirio, in occasione del passaggio delle reliquie dei cinque protomartiri francescani per Coimbra, chiese ed ottenne di entrare nell’Ordine dei Minori fondato poco prima ( 1209 ) da S. Francesco in Assisi, prendendo il nome di Antonio.
Nell’autunno partì per la missione del Marocco dove Dio stesso “gli si oppose e, colpendolo con grave malattia, lo provò duramente per tutto l’inverno”. Antonio, allora, si decise a lasciare l’Africa ed a far ritorno in patria, ma una violenta tempesta sospinse la nave sulle coste della Sicilia dove egli restò per poco tempo lasciando vaghi ricordi del suo passaggio ( Messina, Cefalù, Noto, Patti, etc.).
Tuttavia questi ricordi possono far pensare ad una seconda permanenza nell’isola tra l’estate e l’autunno del 1223. Nella Pentecoste del 1221 partecipò, ad Assisi, al celebre capitolo delle “stuoie” incontrandosi con S. Francesco il quale non ebbe, sembra, il presentimento del suo eccezionale talento. Rimasto, dopo il capitolo, senza destinazione, ottenne da fra Graziano, provinciale dell’Emilia e Romagna, di andare nella sua provincia. Gli fu assegnato l’eremo di Montepaolo, presso Forlì, dove visse nella preghiera e nella penitenza, sconosciuto dagli stessi frati, finche, in un discorso per una Sacra ordinazione a Forlì, rivelò sorprendenti doti di sapienza. Destinato alla predicazione percorse, partendo da Rimini, i paesi dell’Italia settentrionale sconfiggendo le eresie, ricongiungendo le divisioni, riformando i costumi.
Per l’energia e le zelo che espresse nel combattere le eresie (Catari, Patarini, Albigeri ) meritò l’appellativo di “martello degli eretici”.
Tra il 1223 ed il 1225 pose le basi della teologia francescana insegnando nel convento bolognese di S. Maria della Pugliola. Ebbe il permesso, attraverso una lettera, dello stesso S. Francesco.
Tra il 1225 ed il 1227 la presenza di Antonio è attestata nella Francia Meridionale dove insegnò a Mont pellirossa, a Tolosa ed a Pujen Velaj e predicò a Limoges, a St. Junieu, a Brive e ad Arles, affrontando con apostolica fermezza gli eretici anche nelle pubbliche piazze. Fu custode di Limojes, eletto a quell’ufficio nel capitolo di Arles (1226). Qui Antonio, mentre predicava sul tema della Croce, ebbe l’apparizione di S. Francesco ancora vivente e ricevette le stigmate.
Tornato in Italia dopo la Pasqua del 1227, intervenne come custode del Limosino al capitolo generale di Assisi che si tenne nella Pentecoste e vi fu nominato ministro della provincia dell’Emilia che comprendeva, allora, tutta l’Italia settentrionale fino a Milano, come riferiscono le antiche biografie ed attesta espressamente fra Luca da Padova, che aveva ricoperto quest’ufficio fino all’anno che precedeva la sua Morte. Alternò, allora, la predicazione ai frati con il suo nuovo impegno.
Verso la Pasqua del 1228, recatosi a Roma probabilmente per trattare questioni dell’Ordine presso la Curia, predicò alla presenza del Papa Gregorio IX il quale, ammirato della sua singolare conoscenza delle Sacre Scritture, lo salutò “Arca del Testamento”. Predicò, allora, per ordine del Papa ad una grande moltitudine di diverse nazioni, facendosi intendere da coloro che ascoltavano nelle loro rispettive lingue.
Esonerato dall’ufficio di Provinciale nel Capitolo del 1230, ritornò a Padova dove era stato altre volte, e certamente già verso la fine del 1229. Sembra che dopo questo Capitolo si sia recato nuovamente a Roma con una comunicazione dei frati minori per discutere alcuni dubbi sulla interpretazione della regola Francescana. A Padova, nell’inverno del 1231, scrisse i “sermone” per le solennità dei santi per invito di Rainaldo dè Conti, cardinale di Ostia, il futuro Alessandro IV. Predicò poi, con straordinario successo, la quaresima.
Si recò a Verona da Azzelino da Romano per chiedere la liberazione del conte Rizzardo da S. Bonifacio e di altri capi guelfi. Percorse anche alcuni paesi della Marca Trevigiana predicando alla gente di campagna. Una ventina di giorni prima della sua morte si ritirò nella solitudine di Campo S. Pietro a circa 20 km. da Padova, presso l’amico conte Tiso che gli allestì una celletta pensile tra i rami di un grande noce dal quale predicava alle folle. Aggravatasi la malattia di cui soffriva da tempo, si fece ricondurre a Padova, ma dovette fermarsi per via nel piccolo convento dell’Arcella dove, nella visione del suo Signore, dopo aver innalzato l’inno alla Vergine “O Gloriosa Domina”, spirò la sera del venerdì 13 giugno 1231.
Subito gruppi di fanciulli annunziarono il suo passaggio da questa vita a tutta la città gridando: “E’morto il padre santo”. Seguirono accese competizioni per il possesso del corpo che ha potuto, poi, essere trasferito trionfalmente dall’Arcella a Padova nella chiesetta di S. Maria Mater Domini, dove il santo aveva desiderato essere sepolto.
Il 30 maggio 1232, nella Cattedrale di Spoleto, papa Gregorio IX, lo proclamò Santo.
Se si osserva bene la storia di S. Antonio da Padova, legato a S. Francesco ed a tutto il movimento francescano, si nota immediatamente come la vita dei santi va ben oltre al nostro piccolo orizzonte! Essi raggiungono il vero desiderio degli uomini in tutto il mondo che è quello di realizzare, come Gesù, la loro vita come donazione gratuita di sé alla ricerca del bene che è Dio – Amore.
Mi auguro che la testimonianza di S. Antonio da Padova, anzi di tutto il mondo, possa spingere noi ad essere tale testimonianza permettendo a Cristo di penetrare nel nostro cuore. Me lo auguro per la nostra gioia e per la speranza che è attesa di ogni donna e di ogni uomo.
Con affetto
Don Angelo
