LA DOMANDA  SUL TUO DESTINO TI PORTA ALLA FRUTTUOSITA’ DELLA COSCIENZA

Dagli appunti di don Angelo

Tutto il significato del tempo si è identificato nella lotta tra verità e menzogna.

Non possiamo sottrarci al fatto che tale è, perciò, il significato della nostra vita.

Le cose che ci vengono dette sono cose che ci vengono ripetute.  Perché esse abbiano un peso nella nostra vita occorre indubbiamente che esse siano ripetute. Ma ciò non basta: occorre che nella nostra persona, nella nostra esistenza avvenga un impegno, avvenga una serietà.

Non esiste altro scopo o altro senso alla nostra compagnia se non l’aiuto a tale serietà.

Io mi permetto insistere che al di là di intenzioni anche conclamate, al di là della possibilità di sentirsi a posto per dei sentimenti diventati abituali o facili, sta la coscienza che tale serietà non decide le nostre giornate quando ci alziamo al mattino e che tale serietà rimane perciò, intellettuale o sentimentale. 

Sta la coscienza che tale serietà non abbiamo con quella sufficienza che permette alla nostra vita di essere veramente fruttuosa, realmente feconda, che permette alla nostra vita di essere giusta.

Viviamo alla superficie delle parole che diciamo e ci ridiciamo mentre queste sono parole che spiegano la vita.

Se noi poniamo come trama quel richiamo di oggi: “Che senso ha la nostra vita” sono ben consapevole di fare una domanda cui tutti crediamo di essere maestri nel rispondere, di fare una domanda la cui risposta appare ovvia ma nella misura in cui ci appare ovvia non è vera a noi     Destino

Perché questa apparterrebbe a quelle domande che come scandaglio scendono nella carne, nel cuore e nello spirito, appartengono a quelle domande che provocano la nostra carne e la sua radice, il nostro spirito e la sua radice. Invece questa domanda e le risposte conseguenti definiscono la nostra “parte”, un nostro partito, una nostra posizione nel mondo, e non altro se non le conseguenze moralistiche dell’appartenenza a quella posizione. Che se si appartiene a quella posizione non si possono fare spavaldamente certe cose: fino a un certo punto ci si può permetterle.

Lo scopo della nostra vita deve essere l’unità con Dio. L’”unum” l’essere una cosa sola con Dio. Che cosa realmente opera nelle nostre giornate? Opera senza nessun paragone di più il fatto che apparteniamo a una determinata corrente, a un determinato movimento, che apparteniamo a una certa situazione, che siamo di una certa parte, che siamo l’esito di una certa abitudine o di certe posizioni prese. Eppure è nella speranza di questa domanda e la sua risposta rigenerino ogni giorno più la nostra modalità profonda di rapporto conoscitivo, amoroso e operativo con la realtà tutta, che riproponiamo la domanda a noi stessi oggi, la domanda implicate nel catechismo. Innanzi tutto se usiamo la parola (che a me piace molto perché dal punto di vista pedagogico, anche se può rimanere pure essa esteriore, però fra tutte le utilizzabili mi sembra quella più scioccante o quella più evocatrice) la parola destino: che Dio è il nostro destino.  Che questa cosa, la cosa più astratta che ci sia per tutti gli uomini compresi noi, impegnati col sole del mattino e con le tenebre della sera, con il cibo del mezzogiorno o con il lavoro delle altre ore, che proprio questa affermazione diventi il suggerimento e il criterio dell’alzarsi e dell’addormentarsi, del mangiare e del lavorare, è comunque che deve prendere corpo in noi. La nostra vocazione, come sempre abbiamo detto, esalta una vocazione che è di tutti. La esalta invitandoci a una intensità che diventi paradigmatica per tutti, ma è una vocazione che è di tutti. Che il nostro destino è il destino di Dio.

I brani dell’inizio della Bibbia: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Questa signoria che penetra nelle strutture e nelle viscere, nelle strutture del nostro essere nelle viscere della nostra persona. Questa padronanza e questa signoria che definiscono la sostanza della nostra persona così che tende ad esprimersi in quella famigliarità in cui tende ad esprimersi ogni rapporto che l’uomo ha con la realtà tanto più quanto più in essa penetra (Gen. 1,26; Gen. 3,8). Il Signore che conversava con loro, con l’uomo alle brezza della sera. Guardiamo senza staccare gli occhi i brani di Deut 6: “Ascolta Israele…..con tutto te stesso”.  Questa immagine della gelosia che si accende d’ira fino a distruggerci dalla terra è l’impressionante conferma di quanto abbiamo confermato ieri sera. Che la sua signoria penetra le viscere ma fino a definire l’essenza nostra. Così giustamente Deut 30,15-16. “Amare il Signore”: il cuore; “camminare per le sue vie”: i criteri, i valori; “osservare i suoi comandi”: la volontà che costruisce la pratica della vita. Questa alternativa, se vogliamo, esaspera fino all’ultimo la verità detta ieri.


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