
Dopo la sua consacrazione a Dio attraverso l’intercessione di Maria facendo il voto di verginità il 15 agosto del 1578, siamo giunti al punto nodale: se non si crede ai protagonisti celesti, se non li si accetta come una reale presenza ed una reale compagnia, ciò che poi accadrà resta inspiegabile. Dall’ora in poi Luigi visse soprattutto “al di dentro”, nel mistero della sua offerta che sapeva accettata.
Dalla corte di Firenze dovette passare a quella di Mantova. Qui si ammalò di cistite ed i medici gli ordinarono una dieta durissima a pane ed acqua. Il ragazzo ne approfittò per imparare la penitenza, spingendola ai limiti del tollerabile, per amore a Gesù crocifisso. Qui ebbe la gioia di ricevere la prima comunione dalle mani di San Carlo Borromeo che giungeva in visita pastorale. Intanto un corteo di principi attraversava l’Europa. Per volontà di Filippo II, che aspirava alla corona del Portogallo, l’imperatrice Maria, allora la prima donna del mondo, era partita da Praga per Madrid. Ai Gonzaga si era fatto capire che era gradita la loro presenza al corteo: di fatto era un ordine. Così nel 1581 l’intera famiglia Gonzaga raggiunse il corteo a Vicenza continuando, poi, il viaggio per Verona, Brescia, Lodi, Genova dove li attendeva la flotta dell’ammiraglio Andrea Doria.
Raggiunsero Madrid nel marzo del 1582 ed i due ragazzi Gonzaga furono assegnati come paggi d’onore al principe ereditario Diego. Dovevano dividere il tempo tra il servizio dovuto all’erede e lo studio di grammatica, filologia, filosofia ed un po’ di teologia. Di quanta stima godesse Luigi si può dedurre dal fatto che a lui quindicenne, fu affidato l’incarico di comporre e pronunciare il latino il discorso gratulatorio in onore di Filippo II per festeggiare la nuova corona del Portogallo.
La corte di Madrid era senz’altro più austera di quelle italiane, ma non certo più felice, e Luigi continuava a percepire la menzogna di quel mondo a cui sentiva di non appartenere. Racconterà, poi, che “quando nei palazzi del dei principi e nelle corti vedeva gli argenti e gli ori, gli addobbamenti, gli ossequi dei cortigiani, appena appena poteva contenersi di non ridere, tanto gli sembravano tutte cose villi …”.
C’è un episodio che può farci sorridere, ma che ha una sua profonda tristezza. Un giorno Don Diego, l’erede che Luigi doveva chiamare “serenissimo nostro signore“, anche se aveva soltanto sette anni, abituato ad essere obbedito in ogni suo capriccio, arrabbiato perché il vento scompigliava i suoi giochi, gridò: “ vento stupido, io ti comando di non darmi fastidio!”. Luigi sorridendo gli disse: “vostra altezza può comandare agli uomini che lo ubbidiranno, ma comandare alla natura lo può solo Dio al quale anche vostra altezza deve obbedire”.
Certamente il marchesino Gonzaga avrà ripensato all’episodio nei giorni terribili in cui dovrà assistere, pochi mesi dopo, il principino morente di vaiolo, e, quando dovrà accompagnare il piccolo cadavere nelle severe tombe dell’Escorial.
Tutto contribuiva a rendere Luigi sempre più deciso. Dicevamo, prima, della sua inesorabile determinazione: eccone un esempio che risale a quegli anni. Gli capitò tra le mani il “compendio di vita spirituale“ di Luigi di Granada, un testo allora molto celebre che insegnava la preghiera mentale.
Scrive il biografo: “Luigi si determinò di volere, ogni dì, fare almeno un’ora di orazione, senza distrazioni alcuna. Onde si poneva in ginocchioni, al suo solito senza appoggiarsi mai, e cominciava la meditazione; e se dopo mezz’ora, o tre quarti, per esempio, gli fosse venuto alla mente qualche pensiero di minima distrazioncella, non metteva a conto dell’ora quanto aveva già fatto, ma da quel punto di nuovo incominciava un’altra ora, e così perseverava finché gli fosse riuscito di farne un’ora intera senza svagamento veruno. Così per un pezzo durò di fare cinque o talvolta più ore d’orazione mentale per giorno“.
Che non si tratti di una amplificazione geografica è provato da una testimonianza diretta: quando Luigi sarà novizio gesuita, durante un resoconto fatto al maestro del noviziato, alla domanda circa le distrazioni in tempo di preghiera risponderà – “che in sei mesi ne aveva avute tante da riempire il tempo di una intera Ave Maria“.
Solo prendendo sul serio queste affermazioni possiamo capire a che punto fosse il dominio che egli esercitava su se stesso, e a quale profondità si radicasse, ormai, la sua decisione di consacrarsi a Dio. Ma non le poteva comprendere il padre, appena Ferrante seppe della decisione del figlio di abbracciare la vita religiosa fu preso da una di quelle violentissime collere, per cui era celebre. Si sentiva tradito da quel figlio nel quale aveva posto tutte le sue speranze per la fortuna del Marchesato. Tentò di dissuaderlo in ogni modo; a malapena ottenne una dilazione. Se ne sarebbe parlato al ritorno a Castiglione.
Nel 1584 poterono lasciare Madrid. Appena messo il piede in patria, Ferrante ordinò ai suoi due figli maggiori di fare un giro di cortesia per le corti italiane: a parole doveva essere un giro di commiato, in realtà egli sperava di mettere sotto gli occhi del figlio ogni possibile attrattiva, e anche qualche principessa che lo facesse innamorare. Luigi si recò, dunque, a Mantova dove vide al lavoro il Tintoretto, poi a Ferrara dagli Estensi, a Pavia dove conobbe il futuro cardinale Federico Borromeo, poi a Torino dai Savoia dove era arcivescovo il cugino della mamma.
Rodolfo si pavoneggiava, ormai, come il vero erede, Luigi vestiva severamente di nero e si appartava appena poteva. Non gli mancò qualche invito galante, che cadde inesorabilmente nel vuoto. Tornato a Castiglione, pensava di ricevere finalmente il consenso promesso, ma Ferrante non se ne dava per inteso. Al contrario, egli fece intervenire tutto il parentado e gli amici di famiglia (dignitari, vescovi, celebri predicatori) perché spiegassero al figlio che era suo dovere davanti a Dio prendersi cura delle sue terre e della sua gente.
Ma tutti finivano per convincersi non solo che Luigi era irremovibile, ma che la vocazione gli veniva da Dio. Se, almeno, avesse rinunciato all’idea di farsi gesuita, si poteva spianare la strada a qualche vescovo! Ma Luigi precisava che proprio per questo aveva scelta la compagnia di Gesù: perché la regola proibiva ogni dignità ecclesiastica.
Le discussioni finivano sempre allo stesso modo: uno scoppio di ira da parte del padre e Luigi che veniva cacciato via dalla sua presenza; una volta fu persino cacciato da casa e si rifugiò in un convento. Un giorno, dopo l’ennesimo litigio, il marchese lo fece chiamare un po’ più presto del solito per riprendere la discussione. Ma Luigi non poteva venire. Riferirono che si era chiuso in camera e là si flagellava piangendo davanti al suo crocifisso: sembrava non udisse neppure. Accorsero i genitori e lo osservarono smarriti da una fessura della porta: questa volta Ferrante diede il consenso e Luigi poté scrivere al generale dei gesuiti che “gli offriva e gli donava tutto se stesso“.
Ma c’era ancora tempo: non si poteva far nulla prima che l’imperatore acconsentisse al passaggio della successione e Ferrante faceva in modo di allungare i tempi. Ogni tanto tornava sulle sue decisioni e Luigi continuava nelle sue straordinarie penitenze.
Era una lotta durissima : il giovane marchese si rendeva conto che stava scardinando un sistema sociale e che ciò esigeva violenza. Ma come fustigava gli altri, fustigava se stesso: quella parte di sé che era solidale con il potere e con il lusso. Finalmente a Mantova nel castello di San Sebastiano, poté aver luogo la cerimonia di rinuncia alla primogenitura.
I biografi raccontano che un gran numero di sudditi si era riversato piangendo nei cortili del palazzo! “Non eravamo degni-dicevano-di avere lui come padrone… egli è un santo e Dio ce lo ha tolto“. A chi, ancora, lo rimproverava per la sua rinuncia rispondeva: “cerco la salvezza, cercatela anche voi! Non si può servire due padroni… . È troppo difficile salvarsi per un signore di Stato!”.
Rodolfo non stava in sé dalla gioia ma Luigi diceva sorridendo: “sono io quello più felice!“. Dopo pochi anni Luigi sarebbe stato sugli altari, Rodolfo sarebbe finito assassinato e scomunicato.
Finalmente il 4 novembre 1585, accompagnato dai suoi fino alla riva del Po, Luigi con un piccolo corteo si incamminò verso Roma. Portava con sé una lettera del papà, indirizzata al generale della compagnia, in cui Ferrante, addomesticando diplomaticamente la verità, diceva di aver resistito a lungo, “per timore di qualche incostanza“ da parte del figlio, data la troppo giovane età; ma poi concludeva commosso: “lo mando a vostra signoria reverendissima che gli sarà padre più utile di me“; e aggiungeva ancora con un ultimo rimpianto: “ella diviene padrone del più caro figlio che io abbia al mondo ed è la principale speranza che io avessi nella conservazione di questa mia casa“.
Ferrante sarebbe morto, santamente, dopo pochi mesi.
Luigi poté così iniziare il suo noviziato. Scelse per sé il motto: “come gli altri!“, per indicare che niente doveva più indicare le sue origini principesche. Allora i gesuiti non erano per nulla teneri nei metodi educativi. Quando il maestro si accorse che quel novizio eccezionale aveva la fastidiosa abitudine di tenere sempre il capo chino e gli occhi bassi, “ Parte per divezzarlo, parte per mortificarlo gli fece un collare di cartone ricoperto di tela e glielo fece portare per molti giorni, legato alla gola, in modo che non potesse chinare il capo, ma era sforzato a tenerlo alto, ed egli con allegrezza grande lo portava, sorridendo di ciò quando si trovava con gli altri in ricreazione“.
L’episodio è sintomatico: Luigi giungeva in quel noviziato, a 17 anni, con un tale bagaglio ascetico che il problema educativo nei suoi confronti fu piuttosto quello di liberarlo da troppi pesi, da troppe asprezze ed esagerazioni. Fino ad allora egli si era diretto da sé non avendo una guida spirituale. Già alla corte di Madrid usava concludere sempre la sua preghiera con l’invocazione: “mio Dio dirigimi tu“. Aveva acquistato un tale autocontrollo che, dopo mesi che frequentava giornalmente l’imperatrice, confessava che non avrebbe saputo riconoscerla. Non aveva mai alzato lo sguardo su di lei, aveva usata l’etichetta di corte “per vivere proteso al di dentro, senza distrazioni alcuna“.
Della sua ascesi contemplativa e dei suoi eccessivi digiuni abbiamo già raccontato. Era, dunque, un novizio che aveva bisogno di essere addolcito da educatori saggi e paterni: Luigi lasciò fare come un bambino che si affida; imparò l’allegria, la tenerezza, la disponibilità gioiosa. Non si faceva problemi: aveva promesso obbedienza e perciò restava in pace. Gli vietarono perfino di fare orazione perché soffriva di emicrania. Egli si limitava, allora, a passare frequentemente davanti al Santissimo Sacramento per fare almeno qualche genuflessione, fuggendo in fretta per non cadere in estasi. Era una situazione non priva di umorismo. Ad un padre anziano confidava: “veramente io non so che farmi. Il padre rettore mi proibisce di fare orazioni, acciò che con l’attenzione io non faccia violenza alla testa: ed io maggior forza di violenza mi fo, mentre cerco di distrarre la mente da Dio che in tenerla sempre raccolta in Dio, perché questo già per l’uso mi è quasi diventato connaturale, e vi trovo quiete e riposo e non pena“. Giunse a pregare con la formula: “allontanati da me, signore!“ Perché lo sentiva troppo presente e gli aveva ordinato di distrarsi. La stessa cosa succedeva per le penitenze: aveva la proibizione di farne, ma non farne gli era di vera penitenza, tanto era ormai abituato.
Viveva, però, tali paradossi con fede limpida e acuta. Sull’argomento confidava ad un confratello che nel mondo egli aveva fatto molte più penitenze di quante gliene era concesso fare in noviziato, ma che “si consolava sapendo che la religione (cioè la vita religiosa) è come una nave nella quale non meno fanno progresso nel viaggio quelli che per obbedienza stanno oziosi, che altri che si affaticano a remare“.
Ecco l’affascinante nuove immagine che Luigi aveva della sua fede: facendosi gesuita egli aveva potuto, finalmente, appartenere ad una compagnia salvifica. Era questa compagnia a portarlo ed a salvarlo, non più la sua personale bravura: su una nave viaggiano tutti, anche quelli che sono, momentaneamente, affaccendati.
Non c’è immagine più bella per comprendere che cos’è il miracolo della comunità cristiana. Così egli visse quegli ultimi cinque anni di vita che gli restavano, secondo il disegno di Dio. I padri che dovevano educarlo non si nascondevano la persuasione di aver ricevuto un dono di eccezionale valore. Lo vedevano fragile di costituzione, ma di una tempra tale che sarebbe potuto diventare la loro guida. Durante i processi di beatificazione, insistettero molto su questo: “ era trattato da tutti con tanto rispetto come se fosse più avanzato in età … Lo solevano chiamare-il nuovo generalino- persuasi com’erano che egli avrebbe certamente occupato, per le sue rare doti, un tale ufficio“. E ancora: “era opinione comune tra noi che, se Dio gli dava vita, sarebbe stato un soggetto atto per ogni grande incarico nella nostra religione“.
A quel tempo la compagnia di Gesù era un ordine in pieno vigore ed espansione: succedere ad Ignazio di Loyola, morto da appena trent’anni, era un compito quasi sovrumano. Eppure, davanti a questo diciottenne emaciato, molti pensavano istintivamente a lui come successore. Il padre Nunzio Vitelleschi, che era allora assistente generale per l’Italia, e che sarebbe, poi, diventato generale dell’ordine, quando vide Luigi sul letto di morte, non riusciva a credere che la malattia fosse così grave. Testimoniò: “io non pensai mai che dovesse morire di quella infermità, perché ritenevo per certo che Dio nostro Signore l’avesse chiamato alla compagnia di Gesù per dargli a suo tempo il governo di lei, per suo gran bene“.
Chi immagina Luigi come un giovane sprovveduto e poverello o tenerello, non ha compreso nulla della sua vera statura.
Intanto a Roma, sul finire del 1590, si stava preparando la tragedia: prima la siccità, poi la carestia, poi il riversarsi in città di turbe di contadini affamati, poi lo scoppio dell’epidemia di tifo esantematico. Gli ospedali brulicavano di infermi gettati in ogni dove: nei tuguri e negli angoli delle strade molti morivano abbandonati. I gesuiti prima si dispersero a servire nei vari ospedali della città, poi adibirono ad infermeria parte della loro casa, ingrandendola quanto più possibile. Luigi, quando non era con malati e moribondi, e si sceglieva i più ripugnanti con tenerezza infinita, girava per i palazzi dei nobili (con alcuni aveva giocato da bambino nei giardini di corte) a chiedere l’elemosina per i suoi poveretti. Non si risparmiava, anche se i superiori gli avevano proibito di frequentare gli ospedali dei contagiosi. Ma egli diceva: “sento un tale desiderio, una tale forza di faticare e di servire Dio, che Dio non me ne dovrebbe tanta se non stesse per togliermi la vita“. Un giorno che tornava dalla consueta assistenza, trovò un appestato morente all’angolo della strada. Dio lo aveva messo in una situazione in cui l’unica legge era la carità: se lo caricò sulle spalle e lo portò in ospedale. Contagiato, dovette mettersi a letto e vi restò per quattro mesi morendo lentamente.
Quando poteva scendeva dal suo lettuccio per inginocchiarsi davanti al crocifisso. Se lo rimproveravano, rispondeva: “sono le stazioni della mia via crucis“. A tutti diceva: “me ne vado felice“ e dalla mamma nell’ultima lettera scrisse: “non piangete come morto uno che ha da vivere per sempre davanti a Dio“.
Morì a Roma il 21 giugno 1591. Nello stesso anno, in Spagna, moriva San Giovanni della Croce. In Francia sta per nascere Santa Luisa de Marillac. Ognuno con una missione diversa e lontani tra loro. Tutti nel grembo materno della Santa Chiesa.
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Mi sembra doveroso sottolineare alcuni passaggi estremamente significativi della vita di San Luigi Gonzaga perché sono una provocazione al nostro cammino di fede. Facendosi gesuita egli aveva potuto, finalmente, appartenere ad una compagnia salvifica. Era questa compagnia a portarlo ed a salvarlo, non più la sua personale bravura: su una nave viaggiano tutti ….
Vivere Cristo è vivere questa “compagnia“, cercare Cristo e cercare questa compagnia nella quale si realizza la nostra conversione, la nostra vera umanità. La santità non è il risultato di uno sforzo personale ma l’umiltà di un appartenere al corpo di Cristo che la Chiesa. I primi padri della Chiesa ci dicevano:“Extra Ecclesiam nulla salus“, cioè, al di fuori della chiesa non ci può essere salvezza. Lo sforzo personale può solo portare alla delusione ed all’abbattimento che nasce dalla consapevolezza della propria incapacità.
La mia forza è Cristo, cioè, la mia forza, la mia pace, la mia serenità e gioiosità è la certezza di essere salvato perché appartengo a questo corpo, a questa nave che naviga verso Dio anche quando sono disattento ed addormentato perché altri con me e per me remano anche di fronte ai flutti delle difficoltà della vita. La carità di Luigi nasce dalla contemplazione del crocifisso. Oggi siamo troppo attratti dall’evitare e dal fare evitare le fatiche. Per questo non c’è carità, ma solo compassione, non c’è l’accoglienza della fatica di portare la vita degli altri nella propria vita come in famiglia, così nella società e nella Chiesa. Così, al massimo, spesso sopportiamo, magari lamentandoci, sbuffando o criticando, incapaci di portare la vita dei fratelli perché non la sentiamo come nostra carne da curare e da amare. Occorre ritornare a contemplare il crocifisso! La missione che Gesù ci ha affidata di essere compagnia al cammino sulla strada della vita ha inizio nel tempo, ma continua nella eternità. È la comunione dei santi il cui sangue fluisce per sempre in tutto il corpo per rivitalizzarlo nella carità. Sia questo motivo di meditazione, di esame di se stessi per sapere se siamo come Luigi, con Cristo oppure semplicemente preoccupati di noi stessi.
Con affetto e riconoscenza vostro Don Angelo.
