DON ANGELO L’UOMO DELLE BEATITUDINI

Come si può ben immaginare non è per nulla facile riassumere una personalità così vasta e profonda come quella di Don Angelo. In primo luogo, pensare a lui equivale a pensare più che mai alla nostra vita benedettina, dato che egli l’ha condivisa con noi per molti anni. Il Papa, nel suo viaggio in Austria ( 9-11-07), rivolgendosi ai monaci, afferma che i monaci (e le monache), pregano innanzitutto non per questo o per quell’altra cosa, ma semplicemente perché Dio merita di essere adorato…. Il Dio trinitario, al di sopra di tutto, è degno di ricevere la gloria, l’onore e la potenza, perché ha creato il mondo in modo meraviglioso e in modo ancora più meraviglioso l’ha rinnovato. E sul lavoro il Papa ci dice che nel ritmo ora et labora, la comunità di consacrati dà testimonianza di quel Dio che in Gesù Cristo ci guarda e l’uomo e il mondo, guardati da Lui, diventano più buoni. Il don, coinvolgendosi fino in fondo con la nostra vita, a Vitorchiano, ha fatto suo il primato di Dio, dell’adorazione di Lui e la concretezza del lavoro (come ad es. l’affondare le mani nella terra per raccogliere le patate per fare un es. semplice). Nel primato e nella concretezza ha voluto che si formassero i suoi amati ragazzi che si coinvolgesse anche la sua incomparabile mamma, che ha respirato per giorni, la nostra lingua nella pura offerta di sé; nella sintesi cioè tra spirito e corpo, tra motivazione e reale. Si potrebbe chiedere a don Angelo: che cos’è il reale? Egli risponderebbe di nuovo con le parole del Papa dette in Brasile (maggio 2007) “ Sono realtà i beni materiali, i problemi sociali, economici o politici? Certamente no. Si falsifica il concetto di realtà con l’amputazione della realtà fondante e per questo decisiva, che è Dio .”

Don Angelo, venendo da noi, ci dava una testimonianza palpabile di un parroco totalmente dato alla sua gente; risanava si locali o cose del genere, ma la costruzione, l’economia venivano in secondo luogo. Egli, come ci dice il Vangelo riguardo a Gesù “ passava beneficando e risanando”, perché dal suo cuore scorrevano i fiumi di acqua viva dello Spirito Santo ossia le beatitudine. Risanava con la mitezza che emanava da tutta la sua persona; con la compassione, grazie alla quale faceva suoi i dolori dei malati, degli angosciati, degli anziani; con la sua umiltà di spirito che lo faceva rifuggire da ogni protagonismo; con il suo operare la pace, in particolare nelle famiglie in ogni forma di convivenza; con la sua purezza di cuore per la quale vedeva in chi gli stava accanto la realtà soprannaturale che lo costituiva e che dunque non poteva essere usato ne gettato e in fine con la sua capacità di perdono verso chi lo accusava ingiustamente e addirittura verso chi è giunto ad aggredirlo anche nella sua carne, con un violento attentato.

La sua capacità di fare sintesi tra reale ed eternità, gli ha dato la possibilità di adattarsi a ogni storia, ad ogni persona nella sua unicità: tutti ha incluso nel suo abbraccio di infinita pazienza e speranza, aspettando fiducioso che il Cristo venisse formato nell’altro. Giungere a questa conformazione, equivaleva per il don ad essere libero. Infondo l’essenza del cristianesimo risiedeva per lui, nella libertà, intesa come essenza di dipendenze (quante volte diceva: “ tu dipendi troppo dagli altri e poco dal Signore” ), come capacità di auto determinazione, come compimento di azioni personali, perché in fondo la vita non è riducibile a euforie o a depressione perché essa è qualcosa di più grande! Si capisce dunque, come il don ritornasse all’origine della dignità della persona. La sua malattia è stato il coronamento di una vita spesa e offerta per gli altri. Ho spesso riflettuto alla lettera agli Ebrei dove si parla di Cristo vittima e sacerdote. Don Angelo ha vissuto la malattia lasciando che Dio compisse……cedendo il posto a Lui, come sempre ha fatto, dentro una fede oscura e luminosa. Dove c’è il sacrificio, c’è distruzione che non è fine a se stessa, ma è passaggio. Subire l’annientamento significa essere trasferito in un’altra sfera dove è Dio. Chi si offre supera i limiti dello spazio per giungere alla pienezza dell’eterno. Nel compimento del sacrificio, l’uomo dice: “no io, ma Dio! Non le mie cose, ma ciò che vuole Dio”. Queste dense frasi di Guardini, possono essere applicate a don Angelo che si è assimilato al sacrificio di Cristo il quale ha dato la sua vita per noi con sangue di tori e capri.

Alla Trappa, don Angelo ha dato anche due splendide vocazioni che a loro volta hanno ricevuto la vocazione alla missione, partendo per impiantare altre trappe in Asia. Don Angelo ci dice che l’amore non è solo altruismo o benevolenza, ma è un NOME e un DESTINO.

Suor Maria, Trappa di Vitorchiano

  

Pubblicato da weissewand

Laureato in filosofia con indirizzo storico all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Lettore onnivoro. Appassionato di cinema dall’adolescenza, ho scoperto la critica cinematografica grazie alla Nouvelle Vague francese. Promotore di blog e coordinatore editoriale del sito Storia dei Film per quasi un decennio. Vivo in quell’angolo di mondo tra Milano e il lago Maggiore a pochi km dal confine svizzero patria dei miei avi, scultori e mastri comacini originari del mendrisiotto (Castel San Pietro - Ticino), scesi qualche secolo fa nella Valle dell’ Arno a Solbiate, frazione Monte, per affrescare la chiesa di Sant’ Agata e ivi rimasti. La mia famiglia è stata poi legata per un secolo ad un’ importante attività industriale di tessitura nel mio paese di residenza, attività nella quale ho avuto il primo contatto con il mondo del lavoro. Attualmente lavoro come impiegato amministrativo in una ditta metalmeccanica legata all’edilizia.

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