Via Crucis di tutti noi -13a Stazione

disegni e foto di Gianfranco Battistella (Via Crucis per il Monastero delle Trappiste Nostra Signora della Moldava -Arcidiocesi di Praga- Repubblica Ceca)

Tredicesima stazione: la deposizione dalla croce

Il figlio restituito

I protagonisti dell’efferata rappresentazione hanno sgomberato la scienza, lasciando lì tutto il loro macabro armamentario. Il posto risulta totalmente libero perché si possa comporre il quadro stupefacente della Pietà. E’ giusto che una madre resti sola, almeno in quel momento. Perfino le persone amiche devono stare a distanza, se vogliono rispettare quel dolore.

Maria sperimenta una nuova maternità, la più straziante e assurda: la maternità della morte.

Gli uomini hanno fatto di suo Figlio quello che volevano, hanno ridotto in quello stato “il più bello tra i figli dell’uomo” (Sal 44, 3).

Ora sua madre può anche riprenderselo.

E lei raccoglie quel pane massacrato, quel grappolo d’uva stritolato, spremuto, senza più una goccia.

“Lei aveva dato la vita al Figlio, ora riceve la sua morte”  (P.Talec).

Gesù viene staccato dalla croce, come un frutto spiccato dall’albero.

Dio è povero. Anche dalla croce deve distaccarsi.

Neppure sulla croce ha fissa dimora. Soltanto un cadavere inerte, che non oppone alcuna resistenza, salvo la rigidità della morte.

Il Figlio dell’Uomo, che “non ha dove posare il capo” (Lc 9, 58), adesso può abbandonare il volto sfigurato nel cavo delle mani di sua madre. E a lei che l’ha dato al mondo, e che durante tutta la sua vita pubblica si è tirata discretamente in disparte, senza rivendicare alcun diritto, adesso viene concesso di “tenerlo”, almeno per qualche istante, tutto per sé.

Hanno fretta gli uomini di sbarazzarsi del cadavere di Dio, la festa ha le sue esigenze.

Tutto è finito, tutto è perduto, la speranza strozzata.

Lasciateglielo per qualche istante sulle ginocchia. Dopo il perdono del Figlio, gli uomini hanno bisogno anche il perdono della Madre.

Lasciate che lo partorisca ancora nel dolore.

Lasciate che lo offra ancora al mondo, sollevandolo sulle sue braccia complici del dono di un Amore folle.

Lei è rimasta fedele.

Lei ha continuato a “serbare” e “meditare” ogni cosa (e anche adesso, stringendolo al cuore, medita il Figlio, medita quel corpo che subito l’oltraggio della morte).

Perciò sa che non è finito.

E’ giusto sia Lei, che non è venuta meno nella fedeltà, a raccogliere il frutto di quello che l’Amore ha seminato.

Comunque, è meglio che anche noi ci tiriamo pudicamente in disparte, come Giovanni e le donne intrepide. Per non impacciare, per non fare gli intrusi con la nostra presenza ingombrante.

Il modo migliore per rispettare il dolore della madre, di tutte le madri, è mettersi in ginocchio. E adorare, tenendo la mano davanti alla bocca, il mistero.

D’altra parte, avessimo la presunzione di avvicinarci troppo, non sopporteremo lo sguardo di Maria. Leggeremo, in quegli occhi velati dalle lacrime, una domanda che ci frugherebbe nella coscienza fino al termine dei nostri giorni: – Figli, perché mi avete fatto questo? –




Preghiera

Signore, mettimi bene in testa che io tengo in quanto tengono i chiodi. I chiodi della coerenza, del sacrificio, delle convinzioni, dell’amore, del’incontro con Te nella preghiera.

Si, la mia fedeltà dipende dalla profondità in cui vengono conficcati i chiodi.

E sono chiodi, beninteso, come i tuoi, che tengono la vita, non la morte …

Maria, accogli nelle tue braccia l’uomo che quotidianamente viene gettato nella spazzatura del disprezzo, del rifiuto, dell’esclusione.

Maria, rassicuraci che Tuo Figlio non si è ancora stancato di amarci, nonostante tutto.

E neppure Tu, nonostante quello che abbiamo fatto a Tuo Figlio …

Così sia.



Pubblicato da weissewand

Laureato in filosofia con indirizzo storico all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Lettore onnivoro. Appassionato di cinema dall’adolescenza, ho scoperto la critica cinematografica grazie alla Nouvelle Vague francese. Promotore di blog e coordinatore editoriale del sito Storia dei Film per quasi un decennio. Vivo in quell’angolo di mondo tra Milano e il lago Maggiore a pochi km dal confine svizzero patria dei miei avi, scultori e mastri comacini originari del mendrisiotto (Castel San Pietro - Ticino), scesi qualche secolo fa nella Valle dell’ Arno a Solbiate, frazione Monte, per affrescare la chiesa di Sant’ Agata e ivi rimasti. La mia famiglia è stata poi legata per un secolo ad un’ importante attività industriale di tessitura nel mio paese di residenza, attività nella quale ho avuto il primo contatto con il mondo del lavoro. Attualmente lavoro come impiegato amministrativo in una ditta metalmeccanica legata all’edilizia.

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