Coadiutore a S. Lorenzo in Milano

Ricordare per un momento di festa la presenza di don Angelo nella Parrocchia di S. Lorenzo a Milano significa per me, che gli sono amico da tanti anni, rendere testimonianza ad alcune caratteristiche della sua vocazione sacerdotale. Mi sembra anzitutto doveroso connotare la vitalità di don Angelo Cassani con la sua fede e con la sua concezione dell’appartenenza a Cristo come fattore determinante per ogni aspetto della vita dell’uomo.

Confessarsi da lui, chiedere un giudizio sulla propria situazione ha sempre comportato l’incontro con una Presenza misericordiosa, capace di un abbraccio totale, che però chiede alla nostra vita una donazione senza misura.

La proposta di Cristo, da vivere nella Comunione della Chiesa, ha avuto in don Angelo un nunzio senza compromessi. E un simile messaggio, proposto senza “umane” riduzioni ha ovviamente trovato accoglienza ed entusiasta disponibilità soprattutto nei giovani. 

In anni difficili, caratterizzati da forti tensioni sociali e dal tentativo di emarginare la presenza cattolica dalla sfera del pubblico (e certo gran parte del mondo cattolico chiuse nel privato o ridusse alla dimensione della propria coscienza l’avvenimento della Presenza di Cristo fra gli uomini), la Comunità di S. Lorenzo espresse con gesti di aggregazione, di assistenza, di solidarietà e anche di festa la propria passione per l’umano.

Ciò costò non poco (attentati, bombe, aggressioni) da parte di chi viveva ideologicamente il rapporto con la gente. 

Don Angelo stesso subì – con rischio della vita- la violenza.

Le persone che impararono allora a rischiare sulla propria pelle l’identità cristiana (e sono ormai adulti maturi) non possono che ricordare con gratitudine oggi – forti della storia di ieri – la figura di don Angelo, vero padre di una fede matura, vissuta senza complessi di inferiorità.

Questa paternità sacerdotale si è espressa nella Parrocchia di S. Lorenzo come accoglienza della vita nelle più diverse forme: i poveri, i drogati e gli abbandonati che bussano alla porta a tutte le ore del giorno e della notte, i malati da visitare e confortare, le persone dubbiose e timorose da consigliare, i nuovi bimbi sempre visti con la gioia e lo stupore come di fronte alla grazia di Dio.

Mi sembra giusto però sottolineare come la paternità spirituale di don Angelo abbia trovato l’espressione più sentita in questi anni nella cura delle vocazioni.

La preoccupazione educativa lo ha sempre portato a prospettare a tutti i giovani la definizione di una vocazione come possibilità di una donazione totale della propria vita al mistero di Cristo e della sua Chiesa.

Questo anche per chi abbraccia il matrimonio.

Ed io personalmente ringrazio questa tensione educativa perché a me – sposato con quattro figli – permette di comprendere e gustare l’esperienza della fedeltà, della paternità, della creatività, come comunione con la fedeltà, la paternità, la tenerezza, la creatività di Dio.

Ma – ovviamente – la cura vocazionale è stata particolarmente viva per chi mostrava che la donazione di sé avrebbe potuto esprimersi nella propria vita con una consacrazione totale.

La ricchezza di sacerdoti, religiose, laici consacrati, che sono passati attraverso il rapporto spirituale con don Angelo, testimonia la ricchezza di un invito e la passione per la Chiesa innanzi tutto da parte di chi ha diretto le coscienze. E – permettete – testimonia pure la qualità di un luogo, la comunità cristiana di S. Lorenzo, che nella comunione della Chiesa, ha trovato ed esprime – pur con timidezza e tremore – la propria coscienza di popolo liberato.

Mariangelo Gandini

Pubblicato da weissewand

Laureato in filosofia con indirizzo storico all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Lettore onnivoro. Appassionato di cinema dall’adolescenza, ho scoperto la critica cinematografica grazie alla Nouvelle Vague francese. Promotore di blog e coordinatore editoriale del sito Storia dei Film per quasi un decennio. Vivo in quell’angolo di mondo tra Milano e il lago Maggiore a pochi km dal confine svizzero patria dei miei avi, scultori e mastri comacini originari del mendrisiotto (Castel San Pietro - Ticino), scesi qualche secolo fa nella Valle dell’ Arno a Solbiate, frazione Monte, per affrescare la chiesa di Sant’ Agata e ivi rimasti. La mia famiglia è stata poi legata per un secolo ad un’ importante attività industriale di tessitura nel mio paese di residenza, attività nella quale ho avuto il primo contatto con il mondo del lavoro. Attualmente lavoro come impiegato amministrativo in una ditta metalmeccanica legata all’edilizia.

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