S. Babila – S. Aquilino

PRESENTAZIONE

Scandagliando l’archivio degli scritti del Cardinale da alcune cartellette con discorsi e ap- punti inerenti al tema o agli esempi della santità (qualche esempio è già stato offerto nei passati nostri Quaderni), ho ricuperato alla devota memoria due Santi di gennaio, appar- tenenti al “santorale” milanese.

Si tratta di san Babila, la cui chiesa omonima è ben conosciuta al centro di Milano, e di sant’Aquilino, le cui spoglie, in apposita cappella, sono onorate nel complesso monumen- tale della storica basilica di S. Lorenzo alle colonne.

Ora due panegirici dell’ancor giovane prete Colombo ci faranno rivivere le loro figure. Egli li presenta con il suo incomparabile stile, proprio degli anni trenta, nel tempo in cui atten- deva alla stesura dei commenti ai Vangeli domenicali, poi raccolti nel fortunatissimo volu- me “Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi”, Ed. Vita e Pensiero (sette edizioni!)

Negli anni di pensionamento, ripresi gli antichi fogli ingialliti, li potè rivedere con minimi nuovi apporti.

Solo per un confronto sulla mutazione dei gusti subentrati nel tempo e nella sensibilità ac- quisita poi dal Colombo per il suo ruolo episcopale alla prima rievocazione (1933) di S. Aquilino ne faccio seguire una seconda pronunciata a lunga distanza (1984).

Don Francantonio

fine Gennaio 2012

San Babila e i tre fanciulli

Milano: 24 gennaio 1935

Quanti anni passarono dal giorno che Babila protese il collo al taglio della spada, e il venerando capo del vecchio rotolò accanto alle tre bionde teste, sorrise ancora dai sogni della puerizia e già stroncate?

Son passati forse più di 1735 anni!

Allora Antiochia sedeva come una regina nella valle dell’Oriente: splendida di marmi, illustre di scuole e di sapienti, prediletta dagli imperatori. La cerchia delle sue mura s’arrampicava sulla montagna del Silpio con possanza architettonica ardimentosa. I suoi sobborghi erano fiorenti di giardini: meta alle passeggiate dei magistrati e dei nobili e anche delle compagnie spassose. Il borgo occidentale, detto di Dafne, era famoso per il tempio e il culto d’Apollo, per le fontane, per i cipressi che la legge vietava d’abbattere.

Ora dov’è la bellezza d’Antiochia, la ricchezza del suo mercato, il fragore delle folle per le sue vie e nel foro? Dove sono i pretori lussuosi, i legionari di Roma, e il grande impero di Decio?

Ora c’è una valle silente e febbricosa per acque stagnanti, dove le mandre brucano l’erba tra colonne spezzate e blocchi di pietra, che affiorano a stento dal suolo.

Tutto è finito come una favola breve. Come tutti finiranno gli splendori e i piaceri e gli interessi mondani che agitano adesso la nostra città e il nostro cuore. Bisogna saper evadere dalla carta buffa dei beni che son commessi alla Fortuna, se non vogliamo perire. Bisogna innalzare la nostra vita verso le cose eterne. Solo resta immortale l’amore di Dio, e l’amore del prossimo per Iddio. Resta immortale l’amore che spinse Babila e i tre giovanetti alunni a far gettito della propria vita. Chi perde la propria vita per Cristo la ritroverà. Ed ecco che dopo più di 17 secoli, in questo crepuscolo di gennaio, noi li sentiamo gloriosi e vivi. Così come gloriosi e vivi li sentirono, dopo non molti decenni dal loro martirio, i cristiani d’Antiochia, a cui li ricordava la parola fiammante di san Giovanni Crisostomo.

Così come gloriosi e vivi li sentirono i nostri avi, nei secoli barbarici, quando tra i gridi degli invasori e lo strepito delle armi, prostrati su questo suolo, invocarono i martiri a salvezza e protezione.

Gloriosi e vivi li sentiamo, dopo i millenni, ancora noi cristiani del Novecento: la nostra progredita civiltà, che ha domato gli elementi e le forze della natura, che ha riempito gli spazi di palpiti, non ha potuto placare la sete delle nostre anime. Anzi, forse come non mai, i moderni siamo sitibondi di una parola di fede, di una felicità che non deluda.

Perciò con umiltà, con semplicità, con raccoglimento interiore siamo venuti a mettere il nostro spirito alla presenza del santo vescovo Babila e dei tre fanciulli, e della loro madre. Chi li guarda con fede, intravede Cristo. Il loro esempio ci sia di sprone, il loro aiuto ci sia di conforto, il loro sangue risplenda come una fiamma ai nostri occhi in mezzo alle tenebre del mondo, ci illumini il cammino della verità e della salvezza eterna.

* * *

É negli “Atti degli Apostoli, che proprio in Antiochia, per la prima volta, i seguaci del Vangelo furono chiamati “cristiani” (XI,28).

Cristiani, cioè prolungamenti vivi di Cristo nei secoli, immagini visibili e operanti di Lui, invisibile dal giorno che salì alla destra del Padre.

E quali splendide e vere immagini di Cristo non vide Antiochia! Paolo e Barnaba i primi evangelizzatori. Pietro il primo vescovo, che poi trasportò la sua cattedra infallibile a Roma, capo del mondo. Ignazio il terzo vescovo, che vecchio fu trascinato a Roma da dieci soldati, più feroci di dieci leopardi, che nelle soste del brutale viaggio con tremula mano scriveva: “Sono condannato alle belve: io le aizzerò a divorarmi, chè non voglio mi avvenga come a molti martiri, presso i quali non osarono avvicinarsi. Io sono frumento di Cristo, che sarà macinato sotto i denti delle fiere, perché si faccia di me un pane candido e vermiglio per la vita eterna”.

Quando verso il 237, Babila fu eletto successore di Zòbinos nella sede episcopale d’Antiochia, le gloriose visioni del passato sfolgorarono nella sua mente. Egli pure sentì allora di essere chiamato a rinnovare eroicamente Cristo nella vita, nella morte, e oltre.

Nella vita

Della sua esistenza troppo scarsi ricordi ha conservato la storia al nostro desiderio, ma bastano a un confronto con Cristo nella tenerezza paterna e nella forza virile.

Uno degli atteggiamenti del Salvatore, passato nella tradizione cristiana, è quello della tenerezza verso il fanciullo: sia che ne sollevi uno dalla polvere della strada e lo presenti in mezzo agli Apostoli, dicendo: “Chiunque si sarà fatto piccolo come questo fanciullo, sarà grande nel regno dei cieli”; sia che, nonostante i rimbrotti degli Apostoli, accolga sulle sue braccia i bambini che le mamme gli porgevano e accarezzandoli e benedicendoli, dica: “Lasciate che i fanciulli vengano a me!”.

San Babila ha voluto rivivere quest’atteggiamento di Cristo. Doveva aver avuto un cuore paterno, un delicatissimo intuito dell’anima infantile, il dono divino di sviluppare il tesoro d’intatte energie in essa racchiuse. I piccoli gli rimasero intorno anche da vescovo. E forse era consuetudine che le madri vedove di Antiochia, affidassero a lui i loro orfanelli, perché fosse il padre della loro anima e per questo anche della loro fanciullezza sprovveduta della presenza paterna.

L’altro atteggiamento del Salvatore rivissuto da san Babila fu quello della fortezza virile.

Gesù scaccia con la frusta i profanatori del tempio; ai messi di re Erode che gli intimavano di sparire da quei dintorni, risponde pubblicamente: “Dite a quel volpone: dicite vulpi illi… che il Figlio dell’Uomo, e oggi e domani, ha potestà di camminare dovunque gli piaccia”. La sua indipendenza diverrà proverbiale: e nei cortili del tempio un uomo lo apostrofò così: “Maestro, noi sappiamo che tu non guardi in faccia a nessuno…”

Or bene la Pasqua dell’anno 244 preparò al vescovo di Antiochia una terribile occasione di mostrarsi sotto questo aspetto cristiano, Le legioni stanche della guerra di Persia si erano ribellate e avevano eletto all’Impero il figlio di uno Sceicco arabo, Marco Giulio Filippo, il quale uccise l’imperatore Gordiano, ventenne, e mosse verso Roma per farsi riconoscere dal Senato. E nel viaggio si fermò ad Antiochia, ed erano i giorni di Pasqua.

Marco Giulio Filippo se non era cristiano come lo vuole una tradizione, simpatizzava col cristianesimo, e voleva assistere col popolo ai santi riti.  In quell’occasione volle recarsi al tempio con l’imperatrice Otacilia, col figlio con lo sfarzo d’un lungo corteo, quasi che le sue dita non grondassero sangue imperiale. Ma gli venne incontro il vescovo che ponendogli una mano al petto, lo respinse con la stessa placida fermezza con cui un pastore scaccia dal suo gregge una pecora malata: si confessasse, facesse la penitenza coi peccatori, poi gli sarebbe permesso di varcare la sacra soglia. Non era anche lui forse nella legge del Signore, uguale a ogni altro? E la maestà imperiale, e la presenza dell’imperatrice e lo sfarzo del seguito non fecero tremare san Babila; come se tutta quella pompa non gli fosse davanti nella realtà della vita, ma la vedesse dipinta sopra un muro. Per chi respira nell’ordine soprannaturale, che cosa sono le umane glorie, se non l’ombra d’un sogno fuggente”? In quel drammatico momento, non vedeva se non la maestà tremenda di Cristo Re, e della sua corte di Angeli e d’Arcangeli, davanti alla quale avrebbe dovuto rendere conto d’ogni gesto. Non tremò: non balbettò: non piegò ai consigli della convenienza e dell’opportunismo.

A intendere nel suo pieno valore quest’atto, si ricordi che allora gli imperatori erano adorati come divinità; avevano templi e statue; davanti a cui i sacerdoti pagani bruciavano incenso e il popolo li invocava “divii”.

Marco Giulio Filippo alla repulsa inattesissima, sbigottì: non era quello un gesto che trascendeva le forze umane? Nel vescovo intrepido non sentiva egli una misteriosa potenza? Un sacro orrore lo prese; tacque e si ritrasse.

Nella morte

San Babila seppe essere cristiano sino al grado supremo, rinnovando cioè Cristo nell’aspetto più arduo: quello della morte.

La morte di Cristo fu liberamente accettata in fede e in obbedienza alla volontà del Padre. “Non voi mi uccidete – dirà Gesù – ma son io che liberamente depongo la mia vita”. Se avesse voluto legioni di Angeli, sarebbero accorsi dagli altissimi cieli a strapparlo dalle mani dei carnefici; se avesse voluto, sarebbe scomparso via, come altre volte aveva dimostrato si saper volere. Non volle, perché il Padre per la salvezza degli uomini non risparmiò la morte di croce al suo Unigenito.

Così san Babila, pur potendo salvarsi con un facile atto di culto idolatrico o anche solo con un raggiro politico, preferì liberamente accogliere la morte per amore di Gesù, per farsi in tutto simile a lui; perché la sua vita unita come acino al grappolo dei discepoli di Cristo, fosse schiacciato insieme nel frantoio del martirio, e desse un unico vino d’immortalità.

Ma rifacciamo con ordine la storia.

Nel momento in cui Decio salì il trono imperiale, rimasto vuoto per l’assassinio di Filippo l’arabo e di suo figlio, l’impero traballava sotto gli impeti, ogni giorno più violenti dei barbari alle frontiere. Fin quando avrebbe potuto resistere agli scrolli? Come si sarebbe potuto ricondurre alla primitiva saldezza la compagine imperiale?

Il novello monarca credette di risolvere l’assillante problema riportando l’impero a due secoli indietro, verso una religione senza radici nell’animo, e una costituzione politica senza radici nelle cose. La sua miope veduta lo fece cadere in due fatali illusioni:

  • La prima, che bastasse violentare le anime e unificarle nell’antica religione pagana, perché rifiorisse l’antico vigore dello stato;
  • l’altra, che si potessero far scomparire i cristiani dal mondo quando già non pochi di essi già occupavano delicati uffici nella gerarchia e nell’amministrazione dell’impero.

Sua intenzione non era certo quella di ucciderli, ma soltanto quella di costringerli a ritornare al culto ufficiale con tutti i mezzi. Con le lusinghe, con le minacce, con la confisca, con la tortura, col prendere i loro fanciulli e farli allevare nel paganesimo, e anche – presentandosi la necessità – non si fosse economi di fronte alla morte.

Sulla fine dell’anno 249 comparve l’editto: si comandava a tutti i cristiani di presentarsi in breve tempo dinnanzi alle autorità per fare l’abiura, altrimenti i magistrati avrebbero dovuto procedere d’ufficio alla loro ricerca, di conseguenza, alla loro condanna a morte. La commozione tra le comunità cristiane fu grandissima. La debolezza e la paura travolsero molti nell’apostasìa. Si videro episodi strazianti: qui una famiglia divisa, il figlio e il fratello gettati in carcere, mentre la madre e la sorella abiuravano spaurite. Altrove una donna era condotta agli idoli contro voglia; il suo marito e i suoi parenti le reggevano la mano; le fecero gettare incenso sull’altare. La disgraziata si disvincolava, singhiozzando: “Non l’ho fatto io, ma voi”. Ci furono alcuni che vennero a compromessi: si recavano a casa del magi- strato, e con raccomandazioni e con danaro, si facevano rilasciare il certificato d’abiura senza aver abiurato in realtà. Ma era delitto passar per apostata; anche se non si fosse abiurato.

La Chiesa d’Antiochia, se dovette arrossire per la debolezza d’alcuni, fu gloriosa del coraggio di molti suoi figli, e soprattutto dell’eroico esempio del suo vescovo Babila.

Fu nell’anno 250 che lo arrestarono. A ricostruire attraverso i ricordi che la tradizione, ampliata dalle esaltanti leggende, ci ha serbati, il suo processo, un’onda irresistibile di commozione invade ancora i nostri cuori.

Babila non s’illudeva sull’esito di quei maneggi. Con lui avevano una ragione speciale, se non cedeva d’essere crudeli: quella di spaurire il popolo con lo spettacolo del suo cadavere insanguinato.

Ma egli pure aveva una ragione speciale che lo sospingeva all’eroismo del sangue: quella di offrire al suo gregge la suprema testimonianza di coraggio e di fede.

Perciò quando il tiranno spogliatolo delle insegne vescovili, messogli le catene ai piedi e alle mani, e un anello di ferro al collo, lo fece esporre al cospetto del popolo, San Babila guardò nella folla come per riconoscere i suoi; poi sollevando gli occhi in alto mormorò: “Grazie, mio Dio, che essi m’hanno visto così! Non lasciarmi mancare le forze per confessare il tuo Nome fino all’ultimo”.

Sentendo che Dio non l’avrebbe abbandonato, gli parve di non aver paura, neppure della morte. E negli interrogatori assumeva un’aria gioviale, quasi di sottile canzonatura. Davanti a tanta calma e piacevolezza, una volta il magistrato sbottò in una sfuriata: “Per Asclepiade – urlò – ma io ti posso subito impiccare…” “Zitto, zitto, – rispose Babila, ridendo – che non ti sentano gli altri dei a invocare soltanto Asclepiade: gelosi come sono, ti potrebbe incogliere del male”.

Il magistrato non potè più sostenere il tono tragico con un uomo che scherzava fanciullescamente con la morte; e volle ripagarlo con la stessa moneta: “E se ti sentisse il tuo Cristo, quando chiami Dio in aiuto, forse che non farebbe il risentito?”. “Non meriteresti che ti risponda – disse e sorrise il vescovo – ma voglio essere buono con te una volta ancora. Quando i cristiani chiamano Cristo invocano anche il Padre; e quando nominano il Padre chiamano anche il Figlio, perché il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo sono una sola natura divina, un Dio unico”.

Un secreto sogno dovè lusingare in qualche momento il santo: illuminare l’anima del tiranno, mostrandogli Cristo e così convertirlo. Come gli sarebbe stato dolce spegnersi, nella speranza d’aver acceso la gran fiamma della verità in quel cuore! Perciò non tralasciava occasione di esporgli la dottrina cristiana, di rivelargli l’assurdità del culto pagano. La sua parola fatta ardente da un desiderio di conquista strappò l’applauso del magistrato: “Sei un uomo – gli disse – colto e fino; più di quello che per fama ti avevo immaginato. Se tu venerassi gli dei, saresti perfetto”.

Le sue speranze morirono davanti a questo insulso elogio. Ritentò la prova con le minacce: tratto tratto lasciava cadere qualche misterioso accenno a tremendi castighi, faceva corruscare davanti a quell’ottusa mente un abisso di fiamme inestinguibili. Invano. Allora soltanto decise di sperimentare un ultimo mezzo: un miracolo quasi. Si appellò al giudizio di tre fanciulli, a lui carissimi, che aveva educati con palpiti paterni nella fede di Cristo: Ur- bano di 12 anni, Prilidiano di 8, Epolonio di 7.

“Chiamali, tiranno, e se alla mia fede non vuoi credere, credi a quei cuori, che vedono Dio e sono incapaci di mentire”.

Non senza aver prima superato un intimo dissidio, pronunciò queste parole. E se neppure all’ingenuo giudizio dell’infanzia il magistrato sì arrendesse, non sarebbe egli responsabile d’aver trascinato alla morte quelle creature? Ma non era quella la morte, era il trionfo e la gloria. E se la gracilità e la paura dei tormenti li spaventasse sino a cedere? Ah, questo non era possibile; egli li aveva formati, e conosceva bene i loro cuori.

Furono così chiamati i tre giovanetti; e fu chiamata la loro madre: non però alla presenza del vescovo.

“Il tuo nome”, – domandò il giudice alla donna: “Teodula”, – rispose ella. “Di chi sono questi fanciulli?”. “Sono figli miei. Ma il pastore buono e signor mio, il vescovo Babila li rigenerò figli di Dio, li crebbe con la sapienza del Vangelo”. “Schiaffeggiate questa donna”, – comandò il giudice, umiliato da così nobile e improvvido rispondere. Si levarono allora in quel luogo di nequizia tre voci bianche, incrinate dal singhiozzo: “Tiranno, perché fai battere per niente la mamma nostra? Ella è buona, ella ha detto bene. Siamo noi, e il signore nostro Babila ci ha insegnato ad amare Gesù, Figlio di Dio”.

Quando il vescovo fu riammesso alla presenza del magistrato, dei fanciulli, della loro madre, s’accorse che non restava da sperare più nulla. Negli occhi del tiranno vide nereggiare l’abisso. “La prova che volesti, è contro di te; i fanciulli hanno adorato gli idoli”. “Non mentire – rispose Babila –; non sei più tu che parli, ma il demonio che porti addosso”.

Così il vescovo Babila e i tre fanciulli furono condannati al taglio del capo. Movendo verso il luogo del supplizio, dalla folla si alzava un lungo e compassionevole mormorare: “Abbi pietà dei tuoi anni; sacrifica agli dei – gli dicevano alcuni –. Risparmia queste bionde giovinezze; sacrifica agli dei” dicevano altri. Babila non per sé, ma tremava per quei piccoli, che  non mancasse loro il coraggio. Pregò i carnefici che serbassero lui per ultimo, perché voleva confortarli nell’estremo momento. I fanciulli sì’accorsero di quel suo timore e dissero: “O santo padre nostro Babila, i tuoi piccoli non t’abbandoneranno mai, né ora, né per sempre, nella gioia del Cielo”. Babila non ne potè più.

Con tutte e due le braccia se li teneva forti sul cuore. Ed essi con le piccole mani gli stringevano la testa bianca, e gli baciavano le palme.

Alla fine si persuase che in loro c’era quella fede e quella fiducia, che solo Dio può mettere nella nostra carne. Li piegò a uno a uno sotto il taglio della testa. Poi venne la sua volta. Raccomandò che lo seppellissero con i ceppi. Chiuse gli occhi; si vide con quei ceppi nel giorno della risurrezione in una luce immensa.

Un urlo, e fu la gloria.

* * *

Quando gli esploratori della Terra Promessa ritornarono a Mosè, dissero: “Abbiamo visto uomini al cui confronto noi siamo piccoli come grilli”.

La stessa impressione è la nostra, dopo questa rievocazione. Abbiamo visto un cristiano al cui confronto, noi siamo cristiani “grilli”.

Chi in vita e in morte si rende simile a Cristo, Cristo lo renderà simile a sé, oltre la morte. Le anime dei giusti subendo i tormenti parvero morire agli sguardi degli uomini sciocchi, ma Cristo le tiene vive in un gaudio pieno di immortalità. E in terra il loro sepolcro, come quello di Cristo, sarà glorioso per sempre.

Un anno dopo il martirio nel 251, il santo corpo del vescovo fu trasportato nel sobborgo di Dafne, in una chiesa nuova costruita per la sua gloria. Ma quel sobborgo incantevole d’ombre fresche e di fontane loquaci, era profanato da un tempio dell’idolo Apollo; e peggio ancora era divenuto ritrovo di mondane compagnie, di intemperanze e di lascivie.

Ma come le caste e insanguinate membra del martire furono ivi adagiate, l’idolo tacque e fu abbandonato nel suo delubro e chiunque uscendo dalla città verso occidente si fosse accostato a quei cipressi e a quelle sorgive, si sarebbe accorto d’un mistico profumo, d’un’aria sacra che lo persuadeva a meditare, a elevare il suo cuore e a pregare.

Il vescovo Babila, benché morto, continuava il suo pastorale officio; perché egli era vivo più che mai, più che mai presente e operante in mezzo al suo gregge.

Di lui, come di Cristo, non si parla come si parla dei morti; a lui, come a Cristo, noi ci rivolgiamo nel modo in cui ci si rivolge a persone potentemente vive.

Egli è dunque presente in mezzo a noi, in mezzo al suo popolo che per tre motivi l’invoca.

  1. Forse nel cuore di ciascuno, v’è un secreto sobborgo dove si ritrovano le passioni ribelli, gli affetti peccaminosi, dove l’idolo della carne tenta di erigere il suo tempio. Discenda in noi la santa forza del vescovo Babila: ci conforti, ci sostenga nell’assidua lotta contro gli istinti ciechi, ci renda puri. Costretti a respirare tra le lusinghe di una città rimpaganita, se non si vive una vita pura, è inutile illuderci, lo spirito di san Babila non è in noi. Non lo possiamo intendere.
  2. E per un altra necessità noi l’invochiamo. Che una stilla del suo sangue asperga i nostri occhi, faccia cadere davanti ad essi il velo delle vane apparenze, dell’ingannevole iridescenze mondane: non gli onori o gli avanzamenti, non i comodi o gli affari prosperi, e nemmeno le ricchezze possono darci la vita eterna. Non lasciamo travolgerci da ciò che passa: in alto con la preghiera e col sacrificio e leviamo il nostro cuore là dove è quello di san Babila.
  3. E per un terzo motivo infine, lo supplichiamo. In ogni nostra casa crescano fanciulli. Sono la speranza di Cristo e della Chiesa per domani. Ma il mondo, come già al tempo di Decio, vorrebbe avvolgerli di corruzione. San Babila e i tre eroici suoi alunni, li nutriscano con la sapienza e la fortezza del Vangelo; San Babila e i tre alunni, e la madre loro Teodula, infondano nel cuore dei genitori e degli educatori, il divino fer- mento della educazione cristiana, e la forza di dare ogni ora santi esempi.

* * *

Solo così la vita e la morte dei Martiri non è sepolta in un secolo lontano, che passò; ma resta perennemente sospesa sul mondo e sugli spiriti nostri come un beato punto di orientamento e di salvezza eterna.

San Babila (200 circa – 250 circa) fu vescovo dal 237 alla morte. Succedette al vescovo Zebino, divenendo il dodicesimo patriarca di Antiochia.

Secondo una pia leggenda riportata da Giovanni Crisostomo, avrebbe condannato pubblicamente l’imperatore Filippo l’Arabo per aver fatto uccidere il suo predecessore Gordiano e, durante le celebrazioni della vigilia della Pasqua, lo invitò a prendere posto in chiesa tra i penitenti. Secondo la tradizione Babila fu arrestato durante le persecuzioni bandite dall’imperatore Decio e rinchiuso in carcere insieme ai suoi tre più fedeli discepoli: Urbano, Prilidiano ed Epolonio. Babila morì in carcere in attesa che venisse eseguita la sentenza di morte; mentre i tre scolari vennero decapitati.

Panegirico di S. Aquilino

Milano, S. Lorenzo 29 gennaio 1933

Una delle pagine più amare e commoventi dell’antica storia sacra (I Mac I- II-III) è quella che narra l’invasione del tiranno Antioco nella terra del popolo eletto. Pensate: sull’altare santo era stato posto l’idolo della desolazione; in mezzo alle piazze della città, e perfino davanti alla soglia delle case, si bruciava l’incenso agli idoli; i libri stessi della legge di Dio, furono strappati o gettati alle fiamme; e chiunque ancora osava vivere secondo il santo timore di Dio, veniva schernito e malmenato.

Il vecchio e prode Matatia non aveva risparmiato sacrifici e lacrime per la salvezza della patria e della fede, ma tutte le sue forze le aveva gettate invano, come in un abisso. Ora si sentiva stanco e non lontano dalla morte. Per ciò si strinse da torno i suoi figli e gli amici che restavano con lui fedeli al Signore, e disse così: “Ecco che la nostra santità, la nostra gloria, la nostra bellezza sono devastate e contaminate dalle genti inique; e questo è diventato tempo di collera e di castigo. Dove troveremo il coraggio di persistere ancora, noi soli, noi pochi, noi inermi di fronte a tanta malvagità?”. La storia sacra dice che a queste parole molti piansero a lungo. Ma intanto la voce del patriarca proseguiva più consolata: “Non temete; fatevi forti nella memoria degli uomini grandi che ci precedettero. Ricordate Abramo; fu messo alla prova di dover sacrificare il suo figliuolo unico, eppure credette alla bontà di Dio. Ricordate Giuseppe: fu messo nell’angoscia d’essere sotterrato vivo, d’essere venduto come una pecora dai suoi fratelli, d’esser calunniato e incarcerato, eppure serbò fedeltà ai comandamenti del Signore e divenne poi vice Re d’Egitto. Ricordate Daniele calato nella fossa dei leoni affamati: e Dio per lui fece innocui gli artigli dei leoni, come fossero mani dei bambini. Ricordate altri e altri ancora… State dunque forti anche voi, figli cari, e diverrete gloriosi”. Una grande aria di consolazione era ormai affiorata sulla faccia di tutti. Matatia mormorò ancora qualche parola, poi chiuse gli occhi in pace, e morì.

Questo racconto biblico ho voluto ricordarvelo, per concludere che il mondo era e mondo è. Forse che ancora non si cerca di adorare l’idolo della desolazione? Adorare, al posto di Dio, il proprio “io” con tutte le sue brame ribelli? Dall’orgoglio e dall’egoismo vengono gli odi tra i parenti, le risse tra i vicini, le ingiustizie tra le nazioni: viene la desolazione sulla ter- ra.

Forse che ancora sulle piazze delle città e davanti alle soglie delle abitazioni non si brucia l’incenso ai falsi dei? Pensate alle mode invereconde, alle immagini di seduzione, ai divertimenti peccaminosi che elevano al cielo ingiuriose colonne di fumo; pensate alle famiglie profanate dagli scandali, dalle bestemmie, dall’ignoranza su Dio e sulla legge di Dio.

E i libri santi del Vangelo, non sono forse strappati ogni volta che la loro parola di vita è soffocata, è violata? E i buoni, i veri buoni, non sono spesso i più dimenticati e sofferenti?

Perciò, in questo momento ci dobbiamo sentire simili agli Israeliti, stanchi e sfiduciati. Lontano dal turbine mondano raccolti presso l’altare del Signore e l’urna dei forti, che ci precedettero, siamo qui a confortarci. Dall’esempio dei grandi e dal coraggio di chi prima di noi seppe vincere il mondo, noi vogliamo derivare qualche utile insegnamento. Vogliamo essere cristiani in quel modo vero con cui i santi furono cristiani.

Ricordiamo sant’Aquilino. Non è questa l’aria che egli respirò? Non è questa la terra su cui piegò le ginocchia a parlare lungamente con Dio? Non riposano accanto a noi le sue eroiche spoglie mortali? Vivo e glorioso in Cristo, egli è presente e ci guarda. Parliamo, dunque, di lui.

Quando egli venne a dare col suo sangue testimonianza alla Verità, la Verità era contrastata dall’eresia ariana. Dopo le persecuzioni dei primi tre secoli, questa eresia fu la più grave minaccia del cristianesimo antico. Tutti sapevano che Gesù di Nazaret patì, fu crocifisso, morì sotto Ponzio Pilato: ma un presbitero d’Alessandria d’Egitto, di nome Ario cominciò a dire: “Se anche Gesù è realmente e pienamente Dio, allora ci sarebbero più dei, perché già il Padre è Dio. Ma questo sarebbe impossibile: egli è la più nobile creatura, la prima di tutte le altre, la prima pensata da Dio prima ancora che il mondo esistesse, ma Dio non è, perché Dio non può nascere, né piangere, né soffrire come egli ha fatto”.

Attendete alla gravezza disastrosa dell’errore: se Gesù fosse stato appena uomo come i profeti, in qual modo avrebbe potuto egli portarci la redenzione e farci figli di Dio? Tutta la nostra fede precipiterebbe. La nostra fede che c’insegna che il vero uomo Gesù, nato da Maria Vergine per opera di Spirito Santo, è anche vero Dio, che risuscitò da morte e che salì al cielo e che di là ha da venire a giudicarci.

Comunque l’eresia fu così rapida a diffondersi e così subdola nell’irretire le anime, che san Girolamo esclamava pieno d’orrore: “A un tratto il mondo s’è svegliato e s’è trovato tutto ariano”.

Alla luce di questo mondo malato d’arianesimo, nacque Aquilino, quattordici secoli or sono. La sua città natale è tedesca e ha un nome difficile a noi italiani da pronunciare: Würzburg.

I suoi genitori erano danarosi e della più schietta aristocrazia. Scarse notizie del nostro santo ci furono tramandate, ma bastano per rivelarci che Dio gli aveva dato un cuore nobile, e che una misteriosa e interiore vocazione lo sospingeva senza requie a morire per fa risplendere la Verità, detersa anche dal suo sangue.

Giovanetto appena, nella scuola, s’accorge d’essere circondato da discepoli inquinati d’eresia. Quando li udì affermare che Cristo nacque da Maria per opera d’uomo, insorse con la foga d’un angelo sdegnato. Poteva venirgli del male, non lo ignorava, perché quei suoi compagni erano figli dei signori della città. Ma davanti all’errore da combattere non esistevano misure di prudenza per lui: il pericolo lo affascinava. Queste coraggiose dispute vennero sapute anche dal vescovo, che aperse gli occhi sul male che serpeggiava tra il suo gregge: corse ai ripari, e con buon frutto.

E quando Aquilino giunse all’età, in cui i giovani si domandano: “Che cosa farà nella vita?, rispose a se stesso decisamente: “Voglio essere tutto del Signore”. Intanto i suoi genitori perché completasse la sua cultura, lo inviarono all’Università di Colonia, dove non solo trovò rinomati professori, ma anche un vescovo che lo prese a voler bene, lo ordinò suo prete e lo elesse canonico della sua cattedrale.

Ma eccolo di ritorno a Würzburg, alla casa nativa. Povera casa! Trovò il focolare gelido, e le stanze piene di silenzio e di ombre. Suo padre, sua madre erano morti: forse fu una tremenda sorpresa: e forse era accorso nella speranza di raccogliere l’ultimo loro bacio e di sigillare i loro occhi per l’eternità. A ogni passo l’angoscia gli era venuta crescendo a dismisura, e ora giungeva troppo tardi. Tutto vendette e tutto distribuì ai poveri: poi agile come una rondine, ritornò canonico a Colonia.

Quivi era morto il vescovo, e tutti proprio lui volevano pastore di quella Chiesa. Fare il vescovo a Colonia non era mansione né piccola né facile: tuttavia Aquilino non poteva accettare, perché non era la sua vocazione: egli si riteneva riservato a un sacrificio più aspro. E fuggì.

Strada facendo, sentì che a Parigi infieriva la peste. Si diresse colà: che gioia fasciare le piaghe, prendere gli ammalati sulle braccia, portare i morti all’estrema dimora. Si dichiarava fortunato di poter sentire una qualche sera il brivido della febbre nelle vene, si prostrava sul pavimento desideroso di morire ignoto a tutti, per carità! Ma non la morte di malattia, né il martirio della carità erano le mete verso cui un fascino misterioso spingeva Aquilino. Ed ecco, che anche a Parigi muore il vescovo e tutti gli scampati dal morbo, proprio lui il servizievole infermiere volevano pastore. Fare il vescovo di Parigi non era missione né piccola né facile: ma non era la sua. Ed eccolo di nuovo fuggiasco.

Un divino istinto lo guida verso le Alpi, le ascende: davanti a lui si presentano il cielo, l’aria, la terra d’Italia. Egli che non l’ha mai vista, la riconosce: è la sua patria veramente natale, la terra dove offrirà l’olocausto della sua vita. Egli l’ama. S’affretta a imparare la nostra dolce parlata. Risiede a Pavia dapprima, ma poi il profumo delle reliquie di sant’Ambrogio lo atti- ra a Milano: qui, Dio lo aspettava.

Con tutta probabilità erano quelli gli anni della dominazione ostrogota: e gli ostrogoti non solo avevano portato il diritto della violenza, ma anche l’errore di Ario, che ritornava a vigoreggiare.

Ebbene che cosa di più opportuno che ingaggiare la lotta contro l’arianesimo dalla tomba di quell’Ambrogio che non aveva tremato neppure davanti alle minacce d’un’imperatrice ariana: e alludo a Giustina?

Aquilino si stabilì coi canonici della vetusta basilica di San Lorenzo, e incominciò una implacabile lotta contro l’eresia. Ogni giorno però, prima ancora che schiarisse, correva a sant’Ambrogio, e su quel sepolcro assorbiva le forze e l’ardimento. Fu in uno di questi mattutini pellegrinaggi che si vide circondato improvvisamente da alcune sinistre figure, che lo rovesciarono a terra, gli calpestarono le ossa, minacciandogli ben di peggio, se non desisteva dal predicare.

Ma ciò che essi gli annunciavano d’orrendo, già l’attendeva da tempo, come cosa che gli spettasse; sentiva infatti di essere nato per la porpora del martirio. Non dissimulò per timore della sua vita e non lasciò di smascherare l’errore.

E così un’altro diluculo, si trovò circondato da quegli uomini brutali; e questa volta con una lama gli tagliarono la gola: “Tacerai, finalmente!”.

Non fecero a tempo ad occultare il cadavere che si levò una di quelle nebbie grasse e paurose, che non lasciano né vedere, né respirare. Quando si diradò già una lunga processione di fedeli trasportava il corpo d’Aquilino nel solenne tempio laurenziano, e cantavano gli inni della vittoria e del vittorioso. Sorgeva rossastra l’aurora del 29 gennaio.

* * *

Giuseppe l’ebreo, diventato vice Re d’Egitto, vide un giorno curvi ai suoi piedi undici uomini che imploravano misericordia e frumento da mangiare. Egli li riconobbe; erano quelli che non gli avevano voluto bene, che non avevano creduto ai suoi sogni profetici, e che poi, invidiosi, l’avevano venduto. Tuttavia erano suoi fratelli: i suoi fratelli stanchi dal lungo viaggiare, e tormentati dalla carestia. N’ebbe compassione e ordinò che d’ogni cosa che chiedessero fossero provveduti abbondantemente. E nessuno potè contraddire l’ordine del vice Re.

Oggi sant’Aquilino nel regno dei cieli, non è forse simile nella potenza interceditrice a Giuseppe, vice Re? Che cosa Iddio gli può negare, quando egli parla con quella sua squarciata gola? Ed ecco che noi, suoi fratelli, ci curviamo davanti alla sua urna: Siamo stanchi dei lunghi viaggi dietro le vane seduzioni del mondo; ed è vero che gli abbiamo voluto poco bene, quando dimentichi dei suoi esempi ci siamo unicamente interessati del nostro corpo e della roba nostra, dimenticando la nostra vera meta e il premio del Paradiso. É vero pure che abbiamo creduto poco alla sua splendida testimonianza in favore della divinità di Cristo. Tuttavia gli siamo fratelli: respiriamo la sua stessa aria, camminiamo sulla terra che egli si scelse per l’estremo apostolato: viviamo nella città di sant’Ambrogio, grande suo e nostro protettore. Gli siamo fratelli e dall’alto della sua glorificazione ha compassione di noi, ci riconosce e vuol alleviare le nostre necessità. Ma non è tanto la fame del corpo che ci logora, ma è la nostra anima che vacilla per mancanza di una fede robusta.

Per l’intercessione di sant’Aquilino chiediamo di credere veramente e praticamente che Cristo è Dio, e che ogni sua parola è divina. Se questa grazia ci sarà concessa sant’Aquilino nel giorno che più piace al Signore, ci spalancherà la porta del Paradiso, dove anch’egli ci aspetta, pregando per la nostra eterna salvezza.

 Solennità di S. Aquilino

 in S. Lorenzo Maggiore alle colonne

 29 gennaio 1984

 Amati parrocchiani della vetusta basilica di San Lorenzo Maggiore e cari

 fedeli, che siete accorsi da ogni parte della città a venerare nel giorno della

 sua festa Sant’Aquilino, mi sia consentito di rivolgere un primo saluto al

 vostro Prevosto Don Carlo Del Corno, e unitamente a lui, a Don Angelo

 Cassani, suo più vicino collaboratore. Quest’ultimo è l’animatore delle ini-

 ziative dei giovani, l’altro è l’amico confidente degli adulti e degli anziani,

 entrambi sono angeli del Signore inviati agli abitanti di questo rione  carat-

 teristico della nostra città a donare la pace, la consolazione e la salvezza

 promessa dal Vangelo.

Oggi intendo rivolgere un particolare saluto alla categoria degli artigiani, che sono succeduti ai facchini nel riconoscere in Sant’Aquilino un valido e simpatico protettore. So che in rappresentanza di questi lavoratori è presente, per incarico del Signor Sindaco Carlo Tognoli, l’Assessore Korak del Consiglio Comunale, che offrirà, a nome loro, la tradizionale cera e l’olio della lampada che arderà per tutto l’anno davanti alla salma del Santo.

* * *

Notate come per la devozione a questo patrono, i fatti religiosi si intrecciano con i fatti civili, per fare dei milanesi una società sola che viva in concorde armonia.

Rammento anche che un mio venerato predecessore sulla cattedra di Sant’Ambrogio, il Servo di Dio Card. Ildefonso Schuster, ha disposto con lungimiranza che Sant’Aqulino accogliesse sotto la sua protezione tutti coloro che sono in cerca di un posto di lavoro o hanno timore di perderlo. La disposizione del compianto Cardinale è diventata di una attualità drammatica. É stato detto che la mancanza di lavoro è già una sofferenza come di guerra. Dobbiamo tutti invocare l’intercessione del Santo Martire perché aiuti le istituzioni dello Stato e i privati che ne hanno le possibilità, a creare posti di lavoro anzitutto per i giovani in cerca del primo impiego e per tutti gli altri lavoratori, che sono senza lavoro, specialmente se hanno famiglia a carico.

La commemorazione di Sant’Aquilino esige altresì che rivolga un pensiero a San Carlo Borromeo in quest’anno in cui si compie il 4° centenario della sua beata morte. Questo nostro grandissimo Arcivescovo fu colui che volle circondare il sepolcro di Sant’Aquilino con forme di culto di molta importanza: prima di lui, se si eccettuano le poche occasioni in cui era stato invocato perché ci liberasse dal flagello della peste, il nostro santo era pres- socchè ignorato.

San Carlo fu simile al cercatore di tesori, di cui parla il Vangelo: quando si accorse che nel campo della sua diocesi v’era nascosto il corpo del martire Aquilino, fu preso da grande allegrezza e nella sua strategia pastorale cercò tutti i modi più opportuni per rinnovare il culto, per esaltarne le reliquie, per conoscere la storia, e soprattutto stabilì i testi liturgici adeguati alla solennità della sua memoria nel Messale e nel Breviario ambrosiani.

Dopo di lui fu un incessante susseguirsi di devoti e di bisognosi che ripartivano dalle sue reliquie pieni di speranza e di coraggio per affrontare le tribolazioni della vita.

Finalmente le sue spoglie, come la fiaccola che illumina la casa intera, furono poste alla vista di tutti nella cappella dedicata a lui, così che tutti potessero rischiarare la loro coscienza, imparando dalla sua eroica testimonianza, come anche noi, sulla misura della grazia che ci è destinata, a dare lode nella nostra vita a Dio Padre che è nei cieli.

***

La biografia di Aquilino nelle sue lineee essenziali ci è stata narrata quale prima lettura di questa Messa. Abbiamo saputo che non è nato a Milano, ma a Wurzburg in Germania da famiglia benestante. Si fece prete. Alla morte dei genitori, diede ai poveri tutto il ricavato dalla vendita del patrimonio familiare, mobile e immobile. Per la fama della sua santità sia a Colonia, sia a Parigi, il clero e il popolo volevano nominarlo vescovo, ma egli si sottrasse a viva forza. Perciò lo si rappresenta vestito da semplice prete con ai piedi il Vangelo e la mitra episcopale a cui aveva rinunciato per amore di Gesù povero e umile.

Nella seconda parte della sua vita venne a Milano, volendo pregare sulla tomba di Sant’Ambrogio nella basilica dedicata a lui. Fu qui che gli eretici ariani lo aggredirono e gli tagliarono il collo. Un gruppo di facchini prese la sua salma insanguinata e la seppellirono in questa basilica di San Lorenzo Maggiore. E i facchini furono i primi a essere da lui protetti dal cielo con le sue intercessioni.

Dalle scarse notizie sicure emergenti dalla sua vita due sono certamente storiche: Aquilino fu un prete santo e martire. E tale è diventato perché egli si rispecchiava in Gesù che per nostro amore rinuncia a tutto e offre il suo sangue fino all’ultima stilla sulla croce. Egli ottenne la forza eroica di imitarlo in quell’assoluta rinuncia al mondo – e diviene santo – e in quella finale offerta del suo sangue – e diviene martire –.

Chi è dunque il Santo?

Il Santo è colui che ama Gesù, il Figlio di Dio, sopra tutte le cose di questo mondo e per lui che sulla croce si lascia spogliare di tutto e umiliare “come un verme” dice il profeta, accetta volontariamente di essere povero e umiliato. E con la sua povertà soccorre i bisognosi, e con la sua umiliazione accetta di ubbidire alle legittime autorità sulla stessa terra e a Dio nel cielo.

  • Il santo non lega il suo cuore alle vesti, non si preoccupa di come vestirà d’inverno o d’estate, perché ha visto il suo Signore che dall’alto della croce lascia spartire a sorte le sue vesti (Gv 19,24).
  • Il Santo non lega il suo animo agli onori del mondo perché egli ha visto il Signore che dall’alto della croce ha scelto le irrisioni, gli oltraggi e le battiture (Isaia 53-54).
  • Il Santo non lega il suo spirito ai piaceri dei sensi e della gola, perché dall’alto della croce Gesù gli direbbe: “Quando ebbi sete, mi hanno offerto da bere l’aceto” (Salmo 68,22). (cfr. S. Tommaso d’Aquino, VI conferenza sopra il “Credo in Domi”)

E il martire chi è?

É colui che volontariamente accetta la morte pur di testimoniare la sua fede in Cristo, Unigenito di Dio e della Madre Vergine Maria, pur di imitare Gesù nell’offerta suprema al Padre per riscattare gli uomini dal peccato e dalla morte.

***

A questo grande e potente intercessore che abbiamo nel cielo due richieste noi peccatori, dal cuore tanto angosciato, nella gioia di questa festa, osiamo rivolgere:

La prima è questa: Salva i nostri giovani dal veleno della droga e asciuga le lacrime dei loro genitori.

La seconda è questa: Dona un posto di lavoro adeguato alle capacità dei giovani che lo cercano, e donalo anche a tutti i lavoratori che si sentono umiliati nella società, perché non trovano impiego.

E per tutti lo preghiamo:

O Santo Martire Aquilino, vogliaci bene anche se non sempre ricordiamo il tuo fraterno affetto. Aiutaci con le tue preghiere a vincere l’egoismo; ed aiutaci ad essere misericordiosi verso i nostri fratelli nel bisogno.

Sant’Aquilino nacque nella seconda metà del X secolo a Würzburg, in Germania, da una famiglia nobile. Presto si avvicinò alla fede cattolica compiendo gli studi teologici a Colonia, dove diventò prete. Rifiutò, però, la carica di vescovo che gli fu proposta, perché desiderava dedicarsi interamente al ministero e alla preghiera. Per questo fuggì a Parigi, dove curò gli ammalati di colera, guarendoli miracolosamente e, anche qui, gli fu offerto l’incarico di vescovo, che rifiutò nuovamente scappando prima a Pavia e poi a Milano, dove, in una notte del 1015, venne accoltellato da un gruppo di eretici. Il suo cadavere fu tratto da una fogna, nei pressi di Porta Ticinese da alcuni facchini, che lo portarono nell’oratorio della vicina basilica di San Lorenzo. Il suo corpo fu poi sepolto nella Cappella della Regina, che fu subito intitolata al santo. In questa cappella, a tutt’oggi, si può vedere l’urna che ne conserva le reliquie.

INDICE

Presentazione                                                                           pag.   1

San Babila e i tre Fanciulli (24-1-1935)                                            2

Panegirico di Sant’Aquilino (29-1-1933)                                          11

Commemorazione di Sant’Aquilino in S. Lorenzo (29-1-1984)      16

Pubblicato da weissewand

Laureato in filosofia con indirizzo storico all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Lettore onnivoro. Appassionato di cinema dall’adolescenza, ho scoperto la critica cinematografica grazie alla Nouvelle Vague francese. Promotore di blog e coordinatore editoriale del sito Storia dei Film per quasi un decennio. Vivo in quell’angolo di mondo tra Milano e il lago Maggiore a pochi km dal confine svizzero patria dei miei avi, scultori e mastri comacini originari del mendrisiotto (Castel San Pietro - Ticino), scesi qualche secolo fa nella Valle dell’ Arno a Solbiate, frazione Monte, per affrescare la chiesa di Sant’ Agata e ivi rimasti. La mia famiglia è stata poi legata per un secolo ad un’ importante attività industriale di tessitura nel mio paese di residenza, attività nella quale ho avuto il primo contatto con il mondo del lavoro. Attualmente lavoro come impiegato amministrativo in una ditta metalmeccanica legata all’edilizia.

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