Testimonianza Gabriele Panfili

2 dicembre 2007

Il mio primo contatto con don Angelo risale a qualche giorno dopo la sua nomina a parroco di Jerago. Eravamo nel febbraio 1987. Era tempo di decidere in via definitiva se fare o non fare la seconda edizione della nostra sacra rappresentazione della Passione. Non ce la sentivamo di prendere la decisione senza aver informato l’autorità ecclesiastica. Il vecchio parroco don Luigi Mauri aveva lasciato poco prima Jerago per raggiunti limiti di età e bisognava sentire l’opinione del nuovo parroco.

Dopo una serie di ricerche riuscivamo ad avere il numero di telefono di don Angelo e lo trovavo a Pozzo d’Adda. Don Angelo volle avere una accenno sulla cosa e sentito che l’avevano già fatta l’anno precedente mi incoraggiò a ripeterlo dichiarandosi contento per la iniziativa e assicurandomi la sua presenza. 

E così fu: venne, pur non avendo ancora preso possesso della parrocchia prima di iniziare la rappresentazione nel cortile del “ Tugnùn” gli regalammo il testo della Passione e gli chiedemmo di aiutarci a proseguire nel tempo con questa piuttosto complessa iniziativa.

Ricordo le sue riflessioni e le sue preghiere durante gli spostamenti di attori e pubblico da una scena all’altra per le vie del paese che crearono un clima di silenzio e di attenta partecipazione. Ricordo in particolare che don Angelo ci concesse di portare per la prima volta durante la rappresentazione il grande antico Crocifisso, molto amato dai vecchi jeraghesi che una volta era collocato sopra il presbiterio di questa chiesa restaurata e poi per qualche anno sopra quello della nostra chiesa parrocchiale, ma che ormai da anni giaceva più o meno dimenticato tra arredi desueti, dietro l’abside della nuova parrocchiale.

Essendo tale Crocifisso piuttosto mal ridotto don Angelo decise di farlo subito restaurare. Credo che si sia trattato di uno dei primi e numerosi interventi di restauro e ristrutturazioni di don Angelo di cui dobbiamo essergli perennemente grati.

Questo crocifisso ormai è diventato il simbolo della nostra Passione che ci accompagna anche nelle rappresentazioni fatte fuori di Jerago.

Col passare degli anni però anche la “ Pasiòn dul Signor “ è stata per don Angelo motivo di sofferenza tra chi la voleva e chi non la voleva, tra chi la voleva il giorno del Venerdì Santo e chi in altra data don Angelo si sentiva tra due fuochi: aveva timore di creare con le sue decisioni, in un senso o nell’altro ulteriore motivo di divisione tra i parrocchiani.

Don Angelo infatti è stato attentissimo a tutto e a tutti; ha voluto sempre un gran bene a chiunque incontrasse; aveva un senso di accoglienza straordinario per ognuno; sognava e auspicava che tra noi parrocchiani ci fosse una vera comunità di intenti, addirittura senza bisogno di responsabili e quasi senza organizzazione. Dovevamo volerci bene e cercare di fare il bene. Il vederci talora divisi è stato per lui sempre un grande dolore che lo ha spinto qualche volta a non decidere proprio per non ferire alcuno.

Don Angelo con questa sua costante preoccupazione e col conseguente modo di fare,  a livello umano – per certi aspetti – è stato un po’ l’opposto di quello che molta gente di qui era portata ad attendersi dal parroco, cioè decisionismo, organizzazione, poche parole e iper-attività in ogni direzione.

Don Angelo invece, pur nella sua instancabile attività, ha continuato a predicare che il fare era una cosa relativa; che quello che contava era il cuore, “ l’affezione” come diceva lui, dando priorità alle vere priorità.

A questo riguardo mi ha sorpreso come il suo senso dell’ accoglienza e della attenzione a tutti avesse colpito gente non praticante o senza fede, che per merito di don Angelo si è rimessa sulla giusta strada. Vi posso dire francamente che ho sentito da Gianni Mottin, indiscusso numero uno dei Ds a Jerago fino alla sua recente dipartita, straordinarie parole di ammirazione e di affetto per don Angelo. Anche egli si sentiva in qualche modo figlio spirituale di don Angelo.

Una cosa che non dimenticherò mai  e che è stata per me grande lezione di fede è stato quando poco dopo il suo arrivo a Jerago con un certo timore gli dissi che mio figlio, disabile in carrozzina, e allora già undicenne, continuava a dire che voleva fare il chierichetto, cosa che non gli era stata permessa in precedenza. Don Angelo fu così contento di questa richiesta, abbracciò Raffaele, acconsentì subito, mi tirò un po’ in disparte e mi disse: “ Sei convinto che anche questo tuo figlio è un dono di Dio? “

Questa domanda, fatta con tanta sicurezza ma anche con altrettanta dolcezza, mi ha rovesciato l’anima e il modo di accettare la situazione: devo dire che don Angelo ha avuto veramente ragione visto tutto quello che le persone disabili sono capaci di trasmettere a chi sta loro vicino.

Tutti abbiamo visto e toccato con mano in che modo don Angelo abbia accettato la volontà del Signore nel lungo periodo di sofferenza che ha preceduto la sua dipartita.

Un gran numero di jeraghesi e di persone di fuori l’hanno visitato e hanno conferito con lui fino all’ultimo. Ed egli ci è apparso sempre sereno, lieto di rivederci e di parlarci.

Ci ha manifestato dal vivo la sua profonda fede e il suo totale e fiducioso abbandono alla volontà del Signore nonostante la sofferenza che talora deve aver raggiunto livelli estremi.

Visitandolo una volta, già molto provato, con quel suo tono milanese che riusciva a dire cose serie con una battuta, sommessamente mi disse: “ Ora anche io sto facendo la Pasiòn dul Signor “ e chiuse gli occhi quasi avesse avuto paura di avermi detto troppo sul suo soffrire.

Credo che la prolungata sofferenza e la morte di don Angelo abbiano fatto cambiare molto certi nostri modi di reagire e di atteggiarci. Di fronte a questo sacerdote, che inchiodato da un grave male ha continuato a ricevere gente col sorriso e con straordinaria delicatezza, a confessare giovani e anziani, a celebrare la S. Messa nella abitazione della famiglia che lo ha amorevolmente assistito, ci siamo sentiti addosso tutte le nostre manchevolezze verso di lui, le nostre borie, la nostra poca fede e abbiamo fatto il proposito di essere migliori, di realizzare un po’ di quello che egli ci ha testimoniato.

Credo che la presenza di don Angelo a Jerago, nonostante le incomprensioni che via via si sono manifestate, abbia avuto una influenza profonda che durerà nel tempo.

La sua fede unita alla sofferenza sono state per Jerago e per ciascuno di noi una specie di aratro che ha silenziosamente e profondamente rovesciato del nostro carattere, che ha rimosso certe pietre dai nostri comportamenti.

Con la testimonianza della sua fede anche nella sofferenza, ci abbia reso più sereni, più pronti ad ascoltare le altrui opinioni, più ragionevoli e anche più affettuosi gli uni verso gli altri.

Credo che le numerosissime persone che sono venute per più giorni e ripetutamente a dargli il loro saluto proprio qui in questa chiesa abbiano condiviso questi sentimenti. Ne è conferma la gioiosa richiesta delle foto di don Angelo ormai presenti in tante famiglie e in tanti portafogli. Ci sentiamo infatti vicini quest’uomo e in dovere di chiedergli perdono per non averlo tante volte capito o assecondato.

Che la sua sofferenza, alla pari del sangue dei martiri, e ora la sua preghiera in Paradiso davanti al Signore, ci rendano più pronti ad accettare e a far fruttificare in noi il buon seme della Parola di Dio, che continuino ad esserci di stimolo e di aiuto ad operare il bene, ad essere più uniti, e anche ad apprezzare il dono del nuovo parroco don Remo che il Signore ci ha fatto per cooperare profondamente e umilmente con lui nella trasmissione della fede ai nostri figli e a quanti ancora non hanno incontrato in noi autentici testimoni della Parola di Dio.

Gabriele Panfili

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