Via Crucis di tutti noi – 6a Stazione

disegni e foto di Gianfranco Battistella (Via Crucis per il Monastero delle Trappiste Nostra Signora della Moldava -Arcidiocesi di Praga- Repubblica Ceca)

Sesta stazione: la Veronica

La restituzione del volto.

Anche se non è attestata dal Vangelo, abbiamo bisogno di questa “stazione”. Perché il volto dell’uomo è sempre in pericolo di scomparire e occorre ci sia qualcuno che, come la Veronica, ce lo faccia ritrovare.

Non sappiamo nulla di lei. Ma la tradizione ha consegnato alla memoria il suo gesto spontaneo. E tant’è.

Si tratta di una donna che si è strappata fuori dalla folla, è uscita allo scoperto, ha abbandonato il comodo riparo dell’ombra. Non si è rassegnata ad essere una in mezzo a tanti. Non si è accontentata di assistere al passaggio del Condannato. Gli si è avvicinata. Si è presentata, sola, davanti a Lui. Gli ha restituito un volto d’uomo. Ha avuto coraggio della tenerezza e dell’amore.

Si è lasciata suggerire dalla sua fantasia femminile un atto di squisita delicatezza.

Le si scopre, si toglie la maschera anonima. E anche Dio si scopre, si rivela davanti a lei. Lascia la propria impronta nelle sue mani.

In mezzo al muro compatto della violenza, dell’ostilità, questa donna ha spalancato una finestra, o anche soltanto una feritoia, da cui passa un fascio di luce, uno squarcio di azzurro in un cielo di piombo. La sua è stata, prima di tutto, una cosa bella.

Questa donna sola, armata di uno straccio, e che sventola il suo modesto stendardo, è più forte di tutti. Non per nulla il nome Veronica significa, letteralmente, “porto la vittoria”.

Lei ha istituito una cosa fondamentale: che Dio si offre, non alla conoscenza puramente intellettuale, ma all’amore.

Dio non è altrove. E’ qui. Dio non è lontano. E’ prossimo.

Basta ripulire una faccia dalla maschera di polvere e sangue, asciugare le lacrime, liberarla dalle croste più ripugnanti, e appare il volto che cercavi. Il volto di un Altro.

Dio accetta di essere smascherato, non dalle indagini pretenziosi dei filosofi, ma dalle mani trepide della misericordia.

O. Clément ha denunciato la più grave minaccia della società e della cultura contemporanea: quella contro il volto umano. E ha stabilito un parallelo tra la “morte di Dio” e questo attentato contro il volto dell’uomo.

Ma una società senza il culto del volto è una società che rende schiavi. Non per nulla, nell’antichità greca, lo schiavo veniva chiamato apròsopos . Letteralmente: colui che è privo di volto.

L’inferno è la privazione del volto.

Urge sostituire alla maschera – a tutte le maschere, comprese quelle religiose – il volto. Voglio dire il volto umano, immagine riflesso della bellezza di Dio, icona della divinità.

Preghiera.

Ti chiediamo perdono, Signore, per le nostre durezze, i nostri rigidi schematismi, i nostri aridi moralismi, la nostra supponenza, i nostri ciechi pregiudizi, che finiscono per oscurare il Tuo Volto dinanzi a che Ti cerca con passione.

Ti chiediamo perdono in particolare per le persone devote che non sono segno della Tua tenerezza di Padre e che, avendo paura di apparire troppo umane, finiscono per apparire mostri di disumanità.

Signore, fa che mi accosti sempre al volto del fratello con stupore, delicatezza e rispetto. Dammi il coraggio di Veronica. Il coraggio del gesto, stupefacente, della persona che esce fuori dal guscio blindato della vigliaccheria e mette allo scoperto il proprio cuore di carne.

Gesù, libera, ripulisci, svuota la mia faccia da tutte le ipocrisie.

Amen.

Pubblicato da weissewand

Laureato in filosofia con indirizzo storico all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Lettore onnivoro. Appassionato di cinema dall’adolescenza, ho scoperto la critica cinematografica grazie alla Nouvelle Vague francese. Promotore di blog e coordinatore editoriale del sito Storia dei Film per quasi un decennio. Vivo in quell’angolo di mondo tra Milano e il lago Maggiore a pochi km dal confine svizzero patria dei miei avi, scultori e mastri comacini originari del mendrisiotto (Castel San Pietro - Ticino), scesi qualche secolo fa nella Valle dell’ Arno a Solbiate, frazione Monte, per affrescare la chiesa di Sant’ Agata e ivi rimasti. La mia famiglia è stata poi legata per un secolo ad un’ importante attività industriale di tessitura nel mio paese di residenza, attività nella quale ho avuto il primo contatto con il mondo del lavoro. Attualmente lavoro come impiegato amministrativo in una ditta metalmeccanica legata all’edilizia.

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