La sofferenza vista da don Angelo in un commento alla VIII stazione della via Crucis

Chi soffre si trova scaraventato in abissi di solitudine, di angoscia, di lacerazioni, di turbe fisiche e morali, che nessuno mai (neppure un famigliare che è il vicino, pieno di amorosa attenzione) riuscirà mai a comprendere fino in fondo.

Non c’è creatura più squallida di chi si abitua alla sofferenza degli altri. “Sa…. Le prime volte si prova qualche cosa dentro. Ma poi, a poco a poco….” Sì, a poco a poco, se non si sta attenti, gli occhi si appannano dal velo dell’abitudine, si fanno i calli sul cuore e si diventa disgustosi robot della pietà. Non c’è creatura più squallida di chi si abitua alla sofferenza altrui. E non c’è creatura più presuntuosa di chi si illude di comprendere fino in fondo il dolore di un altro.

Una persona a me carissima, dopo molti anni trascorsi al servizio degli ammalati – prodigando tesori di misericordia, delicatezza e generosa, silenziosa dedizione – durante la propria torturante agonia mi confessa: “Sono vissuta sempre accanto agli ammalati….ma soltanto adesso capisco cosa vuol dire. Bisogna provare…..Bisogna provare”.

Cristo ha provato. Cristo ha voluto prendere un cuore di carne, per poter “provare” e per ciò, adesso, ha un moto che apparentemente sembra di irritazione (il riferimento è alle parole che Cristo rivolge alle pie donne “figlie di Gerusalemme non piangete per me, piangete piuttosto per voi stesse e per i vostri figli!), ma in realtà è un avvenimento a comprendere la sproporzione, un invito ad accostarsi al dolore altrui in punta di piedi, con una specie di pudore, con senso di rispetto e di adorazione infinita verso un mistero che non riusciamo mai ad afferrare completamente. La croce che uno porta sulle spalle ha un aspetto visibile. Ma non dimentichiamo che quel legno affonda le proprie radici invisibili nella carne viva, nella profondità dell’essere; ha mille ramificazioni nelle regioni più inesperte delle spirito. Chi si avvicina con mani maldestre o grossolane – anche con l’intento di aiutare a portare la croce – finisce per umiliare e provocare lacerazioni ancora più dolorose e quindi aumentare il peso della croce stessa.

Allora inutile il pianto delle pie donne? Al contrario è necessario. Di fronte a uno che porta la croce, bisogna piangere, partecipare, offrire un aiuto. Però le nostre lacrime, il nostro conforto, la nostra partecipazione, la nostra compassione, il nostro intervento concreto saranno sempre sproporzionati.

Questa verità invece di scoraggiare, deve semplicemente rendere coscienti del fatto che dinanzi a uno che soffre non si comprenderà, non si piangerà, non si farà mai abbastanza. Il riconoscimento umile di questa sopportazione, ci farà sempre più attenti, rispettosi del mistero del dolore altrui. E soprattutto più puntuali ai suoi scomodi e impegnativi appuntamenti…..(estratto dal più vasto commento alla VIII stazione della Via Crucis del peccatore)

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