Via Crucis di tutti noi – 8a Stazione

disegni e foto di Gianfranco Battistella (Via Crucis per il Monastero delle Trappiste Nostra Signora della Moldava -Arcidiocesi di Praga- Repubblica Ceca)

Ottava stazione: Gesù e le donne di Gerusalemme

Compassione e discrezione.

E’, forse, la “stazione” più imbarazzante. Le “figlie” di Gerusalemme sono mosse da autentica pietà. Non possiamo dubitare della sincerità delle loro lacrime. Avvertono una lacerazione profonda nel cuore. 

Viene portato via come un malfattore colui che è passato facendo del bene e caricandosi delle infermità di tutti.

Eppure Lui le tratta duramente. Gli si avvicinano. E Lui sembra tenerle a distanza: “Gesù, voltandosi verso le donne, disse: Non piangete su di me, ma piangete piuttosto su voi stesse e sui vostri figli” (Lc 23,28).

Semplicemente, si volta. Continuando a camminare, rivolge alle donne poche frasi smozzicate, alcune parole accorate e severe. Evidentemente, parla ansimando. Deve estrarre ogni sillaba con una fatica immane.

Le invita, prima di tutto, a considerare la portata universale del proprio dramma. Che è il dramma di tutti, innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, santi e peccatori, legno verde e legno secco.

Non è tanto questione di piangere per Lui, quanto piuttosto con Lui. Piangere per l’odio che contamina la terra, la violenza e le atrocità della storia, le scelleratezze commesse dagli uomini di tutti i tempi.

La sua croce rappresenta la somma raccapricciante di tutti gli orrori, di tutte le infamie.

Gesù intende darci il senso della corresponsabilità. Non c’è nessuna miseria da cui possa ritenermi immune, nessuna esplosione del male che non mi riguardi, nessun guasto che non sia prodotto anche da me, nessuna infezione che io non abbia contribuito a diffondere, nessuna epidemia di cui non abbia lasciato le mie impronte digitali.

Gesù intende pure coinvolgerci in un ministero di compassione. E’ necessario, perciò, patire con Lui, per le stesse cose che l’hanno condotto a morire. 

La compassione, tuttavia, esige delicatezza e rispetto.

Di fronte alla sofferenza dell’uomo, e di ogni uomo, esiste una soglia che non può essere valicata neppure dall’amico più intimo. A una certa profondità di sofferenza e di angoscia, si rimane necessariamente soli. Nessuno, per quanto animato dalle migliori intenzioni, riesce a spingersi fin là. Né lo deve fare- occorre si accontenti di mantenersi a rispettosa distanza, senza invadere uno spazio che deve rimanere sacro e inviolabile.

La mano di Cristo sembra voler tenere a distanza le donne, e le sue parole sembrano piuttosto aspre e ammonitrici.

Nessuna concessione al sentimentalismo, nessuna sbavatura pietistica.

Alla sofferenza occorre avvicinarsi in punta di piedi.

E’ necessario condividere, partecipare, però senza essere invadenti, evitando di intromettersi in maniera indiscreta nel dolore del fratello, preoccupandosi di non profanare lo spazio dell’altro.

Preghiera

Gesù, riconosco di un supplemento di rispetto per la sofferenza dei fratelli.

Fa che non mi avvicini mai a una persona che è in difficoltà con mani maldestre e grossolane o con parole fin troppo facili, col rischio di umiliare, provocare lacerazioni ancora più profonde, e quindi aumentare il peso della croce stessa. Insegnami ad accostarmi al dolore del prossimo con delicatezza, con un senso di pudore. Dammi la forza di superare la tentazione di spiegare, consolare con frasi fatte ed espressioni devote. Suggeriscimi, al momento opportuno, che Tu hai bisogno, non di parole, ma di qualcuno disposto a compatire, ossia a “soffrire insieme”. Dammi il coraggio di adorare in silenzio il mistero che ci supera.

Amen.

Pubblicato da weissewand

Laureato in filosofia con indirizzo storico all’ Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Lettore onnivoro. Appassionato di cinema dall’adolescenza, ho scoperto la critica cinematografica grazie alla Nouvelle Vague francese. Promotore di blog e coordinatore editoriale del sito Storia dei Film per quasi un decennio. Vivo in quell’angolo di mondo tra Milano e il lago Maggiore a pochi km dal confine svizzero patria dei miei avi, scultori e mastri comacini originari del mendrisiotto (Castel San Pietro - Ticino), scesi qualche secolo fa nella Valle dell’ Arno a Solbiate, frazione Monte, per affrescare la chiesa di Sant’ Agata e ivi rimasti. La mia famiglia è stata poi legata per un secolo ad un’ importante attività industriale di tessitura nel mio paese di residenza, attività nella quale ho avuto il primo contatto con il mondo del lavoro. Attualmente lavoro come impiegato amministrativo in una ditta metalmeccanica legata all’edilizia.

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